Strudel percoche, pere e cioccolato


… e che domenica sarebbe senza dolci. Dopo due giorni di sole è tornato il mal tempo, vabbè sarà una domenica pelandrona a base di divano, dolcetti, lettura ( Ragionevoli dubbi di Carofiglio) e musica ( Italian songbook di Morgan ). A presto con un nuovo racconto.   
Strudel percoche, pere e cioccolato
Ingredienti:
pasta sfoglia già pronta
1 pera
1 percoca (io ne ho usata una sciroppata)
30 gr. di cioccolato fondente
30 gr. di scaglie di mandorle
2 cucchiaini di zucchero
1 uovo
Preparazione:
Sbucciare e tagliare a dadini la pesca (se ne usate una fresca) e la pera, sbollentarle  per qualche minuto, scolarle e raffreddarle subito, sotto il getto dell’ acqua fredda. In una terrina mescolare con un cucchiaio di legno i pezzetti di pera, i dadini di pesca, lo zucchero, le mandorle e il cioccolato fondente tritato.  Srotolare il disco di pasta sfoglia e aiutandosi con una rotellina tagliapizza creare un quadrato tagliendo i bordi. Riempire questo quadrato con il composto di pere, pesche, etc.e dopo aver spennellato con l’uovo i bordi chiuderlo dandogli la forma di un rettangolo. Spennellare la superficie con l’uovo sbattuto, spolverizzarla con lo zucchero e infornare a forno già caldo (il mio é ventilato) a 180° per una ventina di minuti.
Vino: con questo piatto io nei calici verserei un Moscato dolce di Trani.

Polpette di pane e insalatina sfiziosa

… stava pensando mentre si faceva la doccia che lo zainetto che avrebbe portato in spalla poteva contenere poca roba e quindi doveva scegliere al meglio quali indumenti portarsi dietro. Dopo la doccia e una ricca colazione si mise, con la precisione di un paracadutista che ripiega il suo paracadute a riempire lo zainetto, infilandoci dentro un jeans, tre polo tra cui quella preferita di colore azzurro cielo che gli faceva risaltare gli occhi, il gel per i capelli, lo spazzolino, il libro (Profumo di Patrick Suskind) che stava leggendo, la biancheria intima e delle scarpette da ginnastica. In garage diede un ultima controllata alla bici che aveva personalmente registrato il giorno prima, la inforcò e percorse tutta la pista ciclabile fino alla stazione con la gamba sciolta di un pedalatore assiduo. In treno non riuscì a rilassarsi, la felicità era tanta, non riuscì a leggere neanche una parola del suo libro, aveva fretta di arrivare, aveva voglia di pedalare, aveva voglia di incontrarla, ma sapeva che doveva passare ancora un giorno prima del loro incontro. Si informò al controllore quale fosse la stazione che distava una quarantina di km prima della sua destinazione finale e pensò che la cosa migliore sarebbe stata scendere prima, per trasferire un pò di tutta quell’adrenalina che aveva dentro sui pedali per rilassarsi. I continui sali scendi delle strade della Romagna sembravano strade della pianura padana sotto i colpi delle pedalate che dava, mentre il cuore pulsava con lo stesso ritmo preciso, di un orologio Svizzero meccanico, lo zainetto seppur piccolo pesava come una piuma sulla schiena, tutto filava liscio, i pensieri nella testa erano sereni. Alla casa del suo amico, che era la sua destinazione finale dove doveva trascorrere quella che fu una notte interminabile mancavano pochi km, poche pedalate ancora prima di riabbracciare il suo amico d’infanzia. Chiacchierò con lui durante la cena e gli raccontò tutto ciò che stava e doveva accadere il giorno dopo fino a notte inoltrata. Il mattino successivo si svegliò mezz’ora prima della sveglia, prese la macchina del suo amico e continuò il viaggio fino alla città che li avrebbe fatti incontrare, guidò con una calma serafica, sulle note di una cassetta di Lucio Dalla, con il finestrino aperto per non perdere neanche un filo di quell’aria frizzante tipica delle mattine di inizio estate. Calcolò il percorso al minuto spaccato, per essere il primo ad arrivare, voleva gustarsi il momento in cui lei sarebbe arrivata. L’appuntamento che lei gli aveva dato era in un parcheggio di un noto centro commerciale all’inizio della città perché lui era la prima volta che si recava in quella regione e quindi per non complicargli la vita lo fece fermare in un posto facile da raggiungere. Mentre aspettava, impaziente, si cambiò la maglietta sotto lo sguardo incuriosito e attonito dei clienti del centro commerciale per indossare la polo azzurro cielo che gli stava bene. Non si erano mai visti prima, avevano però parlato molto al telefono e si erano scambiati centinaia di mail, lui sapeva con che tipo di auto sarebbe arrivata, ma nonostante tutto, sobbalzava ogni qual volta un auto entrava nel parcheggio fino a quando non riconobbe la sua auto e lì la stretta allo stomaco fù di quelle che si ricordano. Mentre si godeva, istante dopo istante,tipo moviola la camminata che l’avrebbe condotta da lui, rimaneva ipnotizzato dal suo sorriso a settantadue denti, pensando che forse tutto ciò non era vero. Stava sognando e il terrore di svegliarsi gli faceva deglutire continuamente quella pochissima saliva che gli era rimasta in bocca. Si salutarono, cercando di essere naturali ma era chiaro che entrambi erano emozionatissimi. Notò nonostante lo stato di trance, trance  che non aveva provato neanche l’anno prima quando in sella alla sua bici aveva scalato il Mortirolo che a lei tremava il mento ma non le disse niente e iniziò a parlare ininterrotamente per dissipare la tensione. Lei lo guardava estasiata e con voce tremante lo interruppe e gli propose di fare un giro in centro per fargli vedere la città, sapendo che a nessuno dei due, interessava alla fin fine fare i turisti. Arrivati in centro, dopo un tragitto, da gita con guida turistica, entrarono in un bar per bere un caffè, però guardandosi negli occhi capirono che volevano uscire subito dal bar, per viversi, volevano annusarsi, respirarsi e il bar non li aiutava, provarono ad entrare in un parco ma anche lì c’era troppa gente, scapparono via subito, avevano bisogno di un cantuccio tutto loro senza distrazioni, ripiegarono su una panchina di marmo senza spalliera in una via vicina al parco senza passaggio di pedoni e lì seduti uno di fronte all’altro iniziarono a chiacchierare tenendosi mani nelle mani. Sotto la polo azzurra portava un jeans consunto e strappato dal tempo sul ginocchio che lei aveva adocchiato e usava quello strappo come porta d’ingresso per un contatto tenero ma deciso, come chi vuole essere sicura che sta vivendo un momento reale. Parlavano molto, si guardavano con occhi pieni di curiosità, si urlavano con lo sguardo che si piacevano da morire, erano felici e stregati l’uno dall’altra. Passarono così tutto il tempo fino a quando lei non gli chiese di riaccompagnarla alla sua auto. Sulla via del ritorno d’improvviso fermò l’auto in mezzo alla strada, mise le quattro frecce mentre altri automobilisti gli strombazzavano il loro dissenso, la guardò con tutta la dolcezza del mondo, le prese il viso tra le mani e le diede un bacio sulla bocca. Voleva farlo da tre ore ma non aveva trovato il coraggio. Si salutarono nel parcheggio con un lungo e silenzioso abbraccio. Riprese la via del ritorno e neanche dopo cinque minuti, mentre era fermo al semaforo, sentì improvvisamente il petto gonfiarsi e ondate di fiato che pulsavano come la lava che erutta da un vulcano, esplodere in un pianto carico di gioia che lo stravolse letteralmente. Era la conseguenza di tutte le emozioni che aveva vissuto quel pomeriggio di fronte a quella creatura flessuosa, con un collo da fenicottero di cui si era perdutamente innamorato. Tornò a casa del suo amico, riprese il treno accompagnato dalla sua inseparabile bici, scese in una stazione che non era la sua e pedalò verso casa per una cinquantina di km in apnea…
Polpette di pane e insalatina sfiziosa
Ingredienti:
400 gr di pane secco o friselle pugliesi
2 uova
1 spicchio di aglio tritato
Noce moscata
Prezzemolo
Sale
Pepe
Olio
Parmigiano grattugiato
Per l’insalatina:
1 finocchio
1 melograno
Un’arancia
Aceto balsamico
Vin cotto
Sale
Olio
Preparazione:
Preparare un composto con il pane precedentemente tenuto a bagno nell’acqua e strizzato bene, le uova, l’aglio, il prezzemolo, una grattugiata di noce moscata, il sale, il pepe e il formaggio. Lasciate il composto riposare per il tempo necessario a far scaldare l’olio in una grossa padella e con le mani bagnate formare delle polpette di grandezza a piacimento e friggerle nell’olio bollente fino a farle dorare. Le polpette possono essere servite così o ripassate in un sugo di pomodoro mediterraneo.
Insalatina:
Affettare il finocchio lavato e pulito, metterlo in una ciotola di vetro, aggiungere dei chicchi di melograno e delle fettine di arancia tagliata a vivo.
Condire con sale, poco olio e un’emulsione di aceto balsamico e vin cotto.
Vino: con questo piatto nei calici versereiun rosso Cesanese del Piglio

Lasagnetta con gamberi e crema di piselli

Oggi una lasagnetta diversa dalle solite… saltare i gamberi nell’olio con il peperoncino serve a contrastare la tendenza dolce sia dei piselli sia dei gamberi per raggiungere un equilibrio che io ho trovato molto interessante… Buona settimana a tutti. Rocco.
Lasagnetta con gamberi e crema di piselli
Ingredienti per 4 persone:
500 gr lasagne fresche
500 gr piselli
400 gr di gamberoni
1 spicchio d’aglio
Besciamella o latte
Olio buono
Sale
Pepe
Noce moscata
Peperoncino
Per le lasagne
400 gr di farina
3 uova
Sale
Preparazione:
Preparare le lasagne versando su una spianatoia la farina a fontana e riempiendo la concavità con le uova e un pizzico di sale. Lavorare con le mani l’impasto fino a quando sarà liscio ed elastico. Lasciar riposare per 30 minuti circa l’impasto, avvolto nella pellicola. Cuocere la pasta ottenuta in acqua salata con un cucchiaio d’olio, scolarla e porla ad asciugare su un panno pulito. Lavare e lessare i gamberoni in abbondante acqua bollente salata per 10 minuti. Dopodiché scolarli. In una padella far scaldare un cucchiaio di olio e rosolarvi lo spicchio di aglio, aggiungere il peperoncino. Unire i gamberoni e farli insaporire per qualche minuto. In una pentola portare a ebollizione abbondante acqua salata. Tuffarvi le lasagne, poche per volta, e scolarle al dente con una paletta forata. Disporle distese su un canovaccio pulito ad asciugare. Far cuocere i piselli seguendo la ricetta classica. Non appena cotti, frullarli regolando la densità della crema con l’aggiunta di besciamella o di latte. Ungere di olio una pirofila e adagiarvi uno strato di lasagne, la crema di piselli e i gamberoni. Spolverare con la noce moscata e subito dopo adagiare sopra un altro strato di lasagne e proseguite in questo modo, fino all’esaurimento degli ingredienti. Infornare per venti minuti ( il mio è ventilato ) a 190°.
Vino: con questo piatto nei calici verserei un bianco Roero Arneis.

Parmigiana di carciofi

Ciao a tutti, oggi niente articolo con racconto… ma solo ricetta. Avete notato che in alto sulla destra ho messo una nuova finestra ? Ho praticamente riunito tutti i racconti così chi se ne fosse perso qualcuno basta che clicchi sulla finestra: Rocco e i suoi… racconti e li trova tutti insieme. Avete notato anche il video (fonte you tube) della ricetta: Patate riso e cozze raccontata  da alcune signore baresi Doc ? A me diverte molto e sono  sempre lì a guardarlo e riguardarlo… mi mette di buon umore. Concludo rispondendo a chi mi chiede da cosa nascono questi racconti ? Semplicemente dalla mia fantasia o da alcune foto istantanee che mi porto nella memoria e a cui do corpo facendole rivivere attraverso il racconto…   
Parmigiana di carciofi
Ingredienti per 4 persone:
8 carciofi a spicchi puliti e tenuti in acqua acidulata
1 grande fiordilatte pugliese
Mezzolitro abbondante di passata di pomodoro
4 pomodori ramati maturi
Parmigiano reggiano grattugiato
Olio buono
Olio per friggere
Farina
2 uova
Pepe bianco
Sale
Preparazione:
Friggetere in carciofi passati nella pastella di uovo e farina, scolarli su carta assorbente e tenerli da parte. Preparare la salsa di pomodoro, aggiungere a metà cottura i pomodori ramati tagliati in quattro spicchi e privati dei semi ( a me piace trovare anche gli spicchi di pomodoro fresco quando mangio la parmigiana ) e non appena pronta iniziare a preparare la parmigiana nella teglia componendola a strati con l’aggiunta di fettine di mozzarella e parmigiano grattuggiato. Finire con una bella manciata di pepe bianco. Cuocere in forno già caldo a 180° (il mio è ventilato) per una mezzoretta.

Pasta cozze e lenticchie

… a volte accade che facciamo qualcosa che negli altri non ci piace. Ero caduto anche io nella spirale di quelli che mettono la canzoncina come suoneria del cellulare. Wish you were here, è per me la Canzone con la “C” maiuscola, manco a dirlo proprio lei avrebbe iniziato a suonare alla prima telefonata. Ormai ero bloccato in autostrada da due ore, in molti avevano trascorso il capodanno fuori casa e ora eravamo tutti lì incolonnati e ordinati verso Milano. Ormai la noia della coda si era completamente impadronita di me quando all’improvviso partono, per la prima volta, dopo averla scaricata le prime note della canzoncina che mi dà la stessa sensazione di un raggio di sole spuntato fugacemente in una giornata nuvolosa e di cui voglio cibarmi fino all’ultimo momento prima di rispondere… Ciaao Sabri, sì sì tutto bene, no, non ero scomparso, è che sono stato a  trascorrere il capodanno in un piccolo paesino della Toscana e dove eravamo non c’era campo. Come è andata? diciamo bene, ero con alcuni amici e altri loro amici, un po’ di gente messa insieme  all’ultimo momento. Eravamo in questo piccolo borgo molto carino della Toscana, a casa di Victor,  un palazzotto del ‘600 niente male, ma sì dai Victor, quel mio amico di cui ti parlavo tempo fa,  mezzo inglese e mezzo indiano, con la puzzetta sotto il naso ma molto simpatico, sì sì proprio lui,  a questa casa di vacanza che usa ogni tanto per passare qualche week end con qualcuna delle sue  innumerevoli fidanzate. Devo dire che eravamo un gruppo molto assortito. Oltre lui c’erano Pietro e Giulia, con il piccolo Antonio di tre mesi, carinissimo, bravo, non ha mai pianto, era quasi sempre tranquillo nella culla, poi Giulia la conosci anche tu assomiglia più a una mamma del nord Europa che a una mamma italiana, nel senso che non si fa tante menate, poi vabbè non parliamo di Pietro, come sai è un vulcano in  perenne eruzione, il primo giorno mentre eravamo dal macellaio a fare la spesa si è messo a chiacchierare sui vari tipi di pasta ripiena che producevano nel paesello e in men che non si dica ci siamo ritrovati tutti gli uomini della casa a impastare, riempire e confezionare ravioli con ripieno di salsiccia in quantità industriale, che ci siamo spazzolati alla grande innaffiati da diverse bocce di vino di livello. Non contento il giorno dopo mi ha coinvolto (come è suo solito) ad andare in bicicletta a fare una visita ad un monastero che distava circa una ventina di chilometri da dove eravamo, con quella temperatura e con la neve fin sui bordi delle strade, mentre il resto della compagnia ci raggiungeva comodamente e al caldo nelle varie macchine che avevamo a disposizione. C’erano anche Federico e Barbara, Federico splendido come al solito, Barbara che non conoscevo mi ha lasciato un po’ perplesso, ha condiviso con tutto il resto del gruppo pochi momenti, nel senso che ha fatto diverse escursioni da sola e poi quasi tutte le sere dopo cena si ritirava in camera. Una bella scoperta invece è stata Filippo, il miglior amico di Victor, anche lui con un po’ di puzzetta sotto il naso ma altrettanto simpatico, una sera dopo cena mentre eravamo spaparanzati sui vari divani di fronte al camino ha tirato fuori una tromba e ci ha fatto un mini concerto toccando diversi stili musicali che andavano dal jazz, alla classica e al soul. Sabri? sei ancora lì? non ti sentivo più e pensavo fosse caduta la comunicazione… sì, giustamente sto parlando io ininterrottamente da quaranta minuti, purtroppo sì, cara Sabri sono ancora fermo, la colonna non avanza per nulla. Senti Sabri, come mai non mi hai chiesto ancora cosa ho cucinato io? Di solito è la prima domanda che mi fai… Vabbè anche se non me lo hai chiesto te lo dico lo stesso, ho cucinato piatti abbastanza tradizionali tranne la sera dell’ultimo che ho preparato una pasta fatta in casa simile ai cavatelli pugliesi con lenticchie, cozze e pomodorini… Ora ti saluto Sabri, ti sto facendo consumare un botto di soldi, ci vediamo domani in ufficio. Sì, sì, fammi quest’ultima domanda però poi chiudiamo… ho capito cosa intendi, no non è che non mi sono divertito, sai il posto era bello, la compagnia era piacevole, ma forse sono io che questo periodo non sto tanto per la quale…
Pasta cozze e lenticchie
Ingredienti per 4 persone:
500 gr di pasta fresca
200 gr di lenticchie già cotte nella maniera classica
600 gr di cozze
8 pomodorini
1 aglio
Olio buono
Sale
Prezzemolo
Pepe
Preparazione:
Cuocere le lenticchie nella maniera classica e con i classici odori. Aprire le cozze in una pentola, estrarre il frutto e tenere da parte il loro liquido. Mentre cuoce la pasta, in una larga padella con un filo di olio, soffriggere l’aglio in camicia, aggiungere subito dopo i pomodorini e le lenticchie; dopo poco aggiungere le cozze sgusciate e mescolare ben bene. Scolare la pasta non appena pronta, versarla nella padella, aggiungere un po’ d’acqua delle cozze, una manciata di prezzemolo tritato, spadellare velocemente e servire con una macinata di pepe fresco.
Vino: con questo piatto io nei calici verserei un bianco di medio corpo.

Agnello con i carciofi

… quella mattina volevo solo andare al campetto della montedoro a giocare a pallone, non avevo considerato però che mia mamma, Stellina la sarta, doveva consegnare un vestito alla moglie del geometra comunale, e che per non perdere tempo a cucinare aveva preparato il tegame di agnello con le patate e i carciofi e quindi dovevo portarlo a cuocere nel forno di compare Roccuccio. Con lui c’era un patto non scritto voluto da lui che consisteva, essendo compari, di non farci pagare la cottura, ciò però faceva sì, che lui facesse passare avanti gli altri che pagavano, quindi la mattinata sarebbe trascorsa interamente nel forno aspettando sto benedetto tegame di agnello. Compare Roccuccio non produceva pane per la commercializzazione, ma si limitava a cuocere a pagamento sia il pane di chi lo portava, sia i vari tegami di carne e sia le varie teglie sempre di privati piene di taralli, friselle, biscotti e quant’altro in questo forno a legna di pietra. Entrando sulla destra dietro un piccolo bancone di legno c’era lui con tutte le sue diverse pale che servivano in base alla lunghezza per infornare o sfornare nei punti più vicini o più lontani della camera di cottura, poi avevo capito anche che le pale con l’estremità quadrata servivano per le teglie, mentre quelle che finivano con l’estremità tonda servivano per il pane, sulla sinistra invece, divisa da un piccolo muretto anch’esso in pietra c’era una stanza che sembrava anzi era una sala d’attesa con tanto di sedie lungo tutto il perimetro dei tre muri della stanza. Il mio posto preferito era il muretto divisorio, dove stando seduto e appoggiando la schiena sul muro più lontano rispetto all’entrata, avevo praticamente sotto controllo, guardando a sinistra compare Roccuccio che armeggiava con le sue pale e di tanto in tanto si tamponava la fronte madida di sudore con questo tovagliovo piegato a triangolo che portava sul collo a mo di foulard, guardando a destra invece potevo vedere le signore che chiacchieravano tra di loro ingannando così l’attesa. Quella mattina nella sala d’attesa c’erano tre signore un po’ pettegole e schiamazzanti, un po’ scialbe e una di queste portava il classico grembiule da casa sulla gonna che le dava un aria di massaia convinta, ma la mia attenzione era rapita da una signora a cui mancavano pochi anni alla sessantina completamente vestita di nero, seduta ritta e con contegno sulla punta della sedia, con uno sguardo volutamente severo che contrastava con la luce dolce e un po’ triste che emanava dagli occhi azzurro chiaro, martoriava un fazzoletto di stoffa tra le mani tenute sul grembo facendo sempre lo stesso movimento che consisteva nell’arrotolarlo e srotolarlo subito dopo. Facendo molta attenzione di non essere scoperto la spiavo di tanto in tanto, perché è vero che mi incuriosiva ma nello stesso tempo di metteva un po’ di paura, la spiavo, perché inconsciamente non riuscivo a capire se fosse la classica “signorina” che aveva rinunciato a vivere una vita propria per accompagnare e curare i propri genitori durante la vecchiaia che doveva aver perso vedendo gli abiti a lutto che indossava e lo sguardo severo o se era stata una moglie innamorata del proprio marito che aveva perso improvvisamente ma di cui ne era rimasta innamorata, e ciò traspariva dalla dolcezza del suo sguardo, aggrappandosi alla vita dando dimostrazione di potersela cavare da sola attraverso questo atteggiamento severo.
Mi è rimasto il rammarico di non aver notato se avesse al dito la fede nunziale o no…
Agnello con i carciofi
Ingredienti per 4 persone:
12 costelette di agnello
4 carciofi
1 bicchiere di vino bianco
2 pomodori secchio
Olio buono
1 Aglio
Prezzemolo
Sale
Pepe
Preparazione:
rosolare nella padella unta d’olio le costolette di agnello,aggiungere il trito preparato con l’aglio, il prezzemolo ed il pomodoro secco, aggiungere il vino bianco e quando evapora unire un mestolino d’acqua e far cuocere a fuoco lento. Subito dopo unire i carciofi precedentemente tagliati a spicchi. Salare ed ultimare la cottura tenendo il coperchio sulla padella affinchè i carciofi si cuociano col vapore.
Vino: con questo piatto io nei calici verserei un sangioseve viterbese.

Frittata americana

… la riunione durava da tre giorni, avevano convocato  tutti i delegati del sud europa e io rappresentavo l’Italia, era stata dura rappresentare la consociata Italiana a San Francisco di fronte al supermanager americano che bacchettava e sarcasticamente mi tirava in ballo quando voleva spiegare le cose da non fare chiamandolo “modello italiano”. L’ ultima sera un pò per stanchezza un pò per dispetto marinai la cena istituzionale per vivere la “mia” unica serata a San Francisco. Tornato in camera per precauzione preparai i bagagli, l’aereo si sarebbe levato in volo il mattino successivo alle sei, scaraventai nella valigia, abito, camicia e cravatta, indossai jeans e maglietta e alla chetichella me la svignai. Feci una lunga passeggiata per respirare a pieni polmoni l’ aria della città e per svuotare la mente, dopo alcuni chilometri chiamai un taxi all’uso americano, alzando il braccio e fischiando da mandriano, entrai nell’auto e chiesi al tassista di portarmi nel quartiere dalle case colorate e coloniali. Il tassista un americano dalle chiare origini arabe mi chiese, naturalmente in inglese: Italiano vero? lo guardai senza rispondere e lui tenne subito a precisare, solo un italiano mi avrebbe fatto una richiesta così bizzarra, il quartiere dalle case colorate, e aggiunse che un americano o un giapponese o un tedesco mi avrebbero detto con estrema esattezza il nome del quartiere, la via e il numero civico. Mi piacque la sua tesi e gli sorrisi senza dire nulla. Dove vuole che la lasci, mi chiese, arrivati nel quartiere, mentre la mia attenzione veniva rapita dalle porte di un locale, qui va bene gli dissi e dal chiudere lo sportello ad aprire le porte del bar passò solo un istante. Il bancone, gli sgabelli, la musica giusta e l’arredamento stile retrò francese mi rivelarono subito che ero capitato nel posto giusto, mi sentivo bene, ordinai un bicchiere di acqua con ghiaccio e guardavo i ragazzi dietro il banco che lavoravano facendosi dispettucci a vicenda, l’atmosfera era tranquilla, mentre stavo decidendo cosa fare nel prosieguo della serata, uno dei barman mi si piazzò di fronte e mi versò un whisky in un bicchiere microscopico e mi disse che era offerto da una coppia di ragazzi seduti ad un tavolo alle mie spalle, mi girai,  ringraziai con un sorriso e mi chiesi chi fossero ;  i loro visi mi erano completamente sconosciuti, capii che era un gesto carino rivolto ad uno straniero seduto da solo al bancone, pensai che lì si usasse così e naturalmente dissi al barman che il loro prossimo bicchiere l’avrei voluto pagare io, per ripagare la loro gentilezza e di li a pochi minuti ciò avvenne, solo che i ragazzi a differenza mia, si alzarono e vennero a sedersi accanto a me al bancone. Lui era il tipico californiano alto e muscoloso, ma non il muscoloso big jim palestrato ma bensì il muscoloso atleta con una fascia muscolare agile e scattante sotto un viso da bravo ragazzo, lei invece era tutto l’opposto, minuta, magra come un chiodo, con una chiara origine asiatica, fumatrice incallita, frangetta che le copriva la fronte, piercing sul labbro inferiore e completamente vestita di nero, mi dava l’impressione di essere una ballerina classica. Era piacevole chiacchierare con loro, si parlava di tutto e soprattutto non ci chiedemmo da dove arrivassimo, non avevo proprio voglia di dirgli che ero italiano e di finire sui classici luoghi comuni della pizza, della mafia e così via, si chiacchierava e si beveva in continuazione, ma con calma, il solito whisky nei soliti bicchieri minuscoli, trangugiato tutto d’un fiato e subito dopo un sorso di birra gelata che toglieva dalla bocca quella sensazione pungente dell’alcool. La serata scorreva e le luci della notte erano ormai accese da tempo, però sui nostri visi non aleggiava la benchè minima intenzione ne di salutarci ne di interrompere quelle meravigliose chiacchiere che per nulla sfioravano la sfera personale, i bicchieri ormai non si contavano più, lui era più sobrio che mai, io finchè fossi rimasto seduto non avrei dato segni di ubriachezza, la ragazza invece aveva già raggiunto e superato di molto il limite  della sbornia, si capiva da come biascicava le parole mentre parlava e di li a poco crollò a piombo con la faccia sul bancone in un sonno comatoso ma sereno. Di bicchieri il barman ce ne versò ancora una decina credo, il locale era ormai vuoto, l’orologio segnava quasi le quattro, l’aereo iniziava a scaldare i motori, arrivò il momento temuto di dovermi alzare, cosa che feci di scatto per dimostrare di stare bene, pagammo a metà il conto, io naturalmente con la carta di credito perchè la cifra sfiorava di poco la rata del mutuo della casa, salutai il barman che ci aveva servito per tutta la serata mentre il ragazzo sollevava di peso la ragazza che sembrava senza anima e se la caricava sulle spalle a mò di sacco di patate con tanto di braccia penzoloni e uscimmo dal bar. Giunti fuori, salutai il ragazzo in italiano, non ero più in grado di spiccicare parola in inglese, lui mi guardò con un sorriso simpatico, un pò trionfante e divertito e mi disse: God bless you my friend.
Frittata americana
Ingredienti per 4 persone:
200 gr di pancetta dolce a cubetti
Mais cotto
4 uova
Formaggio grattugiato
Pepe
Preparazione:
Soffriggere i cubetti di pancetta fino a renderli croccanti. Sbattere le uova in una ciotola, aggiungere il mais, il pepe e il formaggio, aggiungere dopo averli scolati dal grasso i cubetti di pancetta e cuocere il tutto come una frittata classica in una padella unta di olio ben calda da ambo i lati.
Vino: con questo piatto io nei calici verserei un cabernet sauvignon

Californiano.

Zucca dell’inverno in agrodolce

Questi due giovani e bravi chef in televisione parlavano, discutevano, si confrontavano su delle emulsioni che avevano preparato per condire i loro piatti… apro parentesi, che io sappia dicesi emulsione l’incontro tra due liquidi miscelati tra di loro atti a formare un condimento, chiudo parentesi. Ricordo quando ero piccolo che in questo periodo, nonno Ignazio chiedeva a nonna Michelina di cucinargli la zucca fritta, (che da noi chiamiamo zucca dell’inverno) la nonna come al solito gli rispondeva subito di no e che non aveva tempo, giusto per farlo arrabbiare ma subito dopo si metteva ai fornelli ed esaudiva qualsiasi suo desiderio, non parliamo poi se un desiderio veniva espresso da uno dei nipoti, ma questo è un altro discorso, torniamo a noi, ricordo che preparava questa zucca la sera prima, poi il giorno dopo non appena la zucca era stata fritta, impiattata e raffreddadata preparava in una bottiglietta di succo di frutta questo condimento (emulsione) versando prima il vin cotto e poi l’aceto che agitava ben bene affinchè i due liquidi si miscellassero uniformemente e ci condiva la zucca. Cari giovani e bravi chef me sa tanto che nun se semo inventati niente…    
Zucca dell’inverno in agrodolce
Ingredienti:
Zucca tagliate a fettine
Vin cotto detto anche: sapa, saba, mosto cotto, salsa balsamica di mosto d’uva.
Aceto
Olio per friggere
Sale
Prezzemolo
Preparazione:
Tagliare la sera prima con il classico tagliaverdure da casa la zucca, poggiare le fettine su un canovaccio pulitissimo, salarle e coprirle con un altro canovaccio pulitissimo, la mattina successiva, asciugarle dall’acqua di vegetazione che hanno cacciato durantre la notte e friggerle in olio bollente per qualche minuto così come sono e senza altri condimenti. Scolarle e asciugarle dall’olio in eccesso, impiattarle e condirle con pochissimo sale, il prezzemolo tritato e  il condimento agrodolce di cui vi parlavo sopra.