Agnello olive e limone

Che bello vedere in giro tanta gente con in mano ramoscelli di quello che ritengo uno dei doni più belli che la natura ci ha regalato…
l’ albero di olive simbolo della mia amata terra…
Buone feste Rocco  
Agnello olive e limone
Ingredienti per 4 persone:
12 costolette di agnello
150 gr di olive 
Olio buono
Farina
Origano 
Succo di un limone
Sale
Preparazione:
Passare le costolette nella farina da ambo i lati. In un tegame con un filo di olio fare rosolare l’agnello a fuoco vivo, non appena la carne ha raggiunto un bel colorito abbassare il fuoco e aggiungere le olive snocciolate a mano, origano a vostro piacimento e sale; bagnare con il succo del limone e portare a cottura mescolando di tanto in tanto. Servire con buccia di limone gattuggiata.
Vino: il limone è nemico del vino ma se proprio devo io nei calici verserei un rosso dell’Oltrepò pavese croatina.

 

Trofie speck e taleggio

… se guardiamo il calendario notiamo che l’inverno è passato, se guardiamo il cielo in questi giorni qualche dubbio ci viene, se guardiamo gli attaccapanni in casa vediamo ancora i cappotti allora tutti i dubbi vengono fugati. Ho pensato di preparare questo piatto come buon auspicio (leggasi con una gran pedata) all’uscita  definitiva dell’inverno. Speriamo bene…
P.s. un ringraziamento particolare a Giorgio Bruni per questa e altre foto che ha realizzato per il mio sito.
Trofie speck e taleggio
Ingredienti per 4 persone:
500 gr di trofie fresche
200 gr di taleggio
Una fetta si speck di 100 gr
1 ciuffetto di erba cipollina
Pepe bianco
Preparazione:
Tagliare il taleggio a cubettoni e tenerli da parte. Tagliare lo speck a striscioline di mezzo centimetro, metterle in una grossa padella con un filo d’olio e farle cuocere per un paio di minuti a fuoco dolce; cuocere la pasta in acqua bollente, scolarla due minuti prima della cottura, versarla nella padella, aggiungere i cubettoni di taleggio e acqua di cottura della pasta, portarla a cottura rimestando continuamente fino a quando il formaggio non sarà fuso del tutto. Servire con dei filamenti di erba cipollina tritata e del pepe bianco.
Vino: con questo piatto nei calici verserei un rosso (uno dei miei vini preferiti) Sforzato della Valtellina

Carciofi romaneschi in fricassea

No, no traquilli nun ve preoccupate… l’ iper salivazione che state provando in questo momento cari amici amanti dei carciofi non è legata all’ ansia o ad altre elucubrazioni mentali che dir si voglia ma è soltanto quella che nel lessico quotidiano viene definita acquolina in bocca… ;-)
Ciao ciao e buona settimana, dimenticavo, votateme nun ve scordate… hai visto mai che vinco er premio del bolg dell’anno…  
Carciofi romaneschi in fricassea
Ingredienti per 4 persone:
4 carciofi romaneschi
1 aglio
Olio buono
Scorza di un limone
Una nocetta di burro
Mentuccia tritata
Brodo vegetale
100 gr. di parmigiano grattugiato
3 tuorli
Sale
Pepe al mulinello
Crostini di pane bruschettati
Preparazione:
Pulire i carciofi e tagiarli a spicchi mantenendo un po di gambo. Farli rosolare a fiamma media in una casseruola con l’olio e l’aglio intero, salare e pepare. Lasciare insaporire per alcuni secondi a fiamma alta, mescolando continuamente. Aggiungere il brodo, la mentuccia tritata e  portare a cottura. Ritirare i carciofi dalla casseruola e mantenerli in caldo. Aggiungere il parmigiano grattugiato al fondo di cottura dei carciofi, incorporare alla salsa il burro e i tuorli. Rimettere gli spicchi di carciofi nella casseruola, fare restringere leggermente a fiamma vivace. Servire i carciofi nappandoli con la salsa e i crostini di pane precedentemente bruschettati.
Vino: Il carciofo come già detto in passato rifiuta l’abbinamento con il vino per l’alto contenuto tannico, però se proprio devo, con questo piatto io nei calici verserei un bianco morbido come uno chardonnay che magari ha fatto anche un po di legno.

Chitarrine con pancetta e porro

Rocco e i suoi… racconti  
… un calcio devastante aveva sfondato la porta, uno dei tre fratelli aveva  strappato letteralmente dalle braccia di Filippo la giovane Mariuccia trascinandola di peso fuori dalla stanza mentre gli altri due fratelli dei cinque in totale che componevano il clan familiare lo pestavano a sangue. La cosa che più lo colpiva in tutto quel trambusto era il rumore sordo dei pugni che andavano a bersaglio sul suo corpo e sulla sua faccia, ciò per qualche attimo gli aveva creato uno strano stato di anestesia mentale che non gli faceva sentire il dolore dei colpi infertogli. Quando la paura toccò la punta massima della sua sopportazione si svegliò improvvisamente madido di sudore, in preda ad uno stato di tremori incontrollabili, con il respiro affannoso ed ebbe la sensazione di tornare in superficie da un mondo sotterraneo e malvagio dove non aveva scelto di andare mentre Mariuccia tenendolo abbracciato teneramente gli sussurrava è stato un sogno amore mio, solo un brutto sogno, cerca di calmarti e di non pensarci che adesso passa tutto. Era iniziato tutto tre giorni prima, quando con la complicità di Carmine il fratello più buono e comprensivo di Mariuccia erano riusciti a prendere quel treno che li aveva condotti a Parigi per coronare il loro sogno d’amore tormentato e osteggiato con vigore dal clan familiare di Mariuccia. Sia il padre sia i cinque fratelli non avevano nulla contro Filippo che in fondo era un bravo ragazzo, i loro dissapori nascevano però da una vecchia faida tra i nonni dei due ragazzi legata ad un passaggio agricolo tra due fondi coltivati a vigneti, in pratica tutti e due i nonni rivendicavano la proprietà di questa stradina di campagna che conduceva a entrambi i vigneti e poi c’era anche un altro motivo che non avrebbero mai confessato che era legato sia alla gelosia per la propria figlia e sorella e sia al fatto che Mariuccia doveva restare in casa per aiutare la mamma a fare da domestica fin quando loro di comune accordo avrebbero deciso che era il momento di prendere marito. Carmine li aveva lasciati fuori dalla stazione ed era corso via subito per tornare al suo lavoro, questo gli avrebbe garantito l’alibi per non incorrere nell’ira dei suoi parenti. Erano saliti sul treno senza guardarsi indietro, di lì a pochi minuti sarebbe partito il treno per Parigi Bercy, espletarono con il controllore i dettagli relativi ai documenti per i vari passaggi di frontiera e si chiusero nella loro cuccetta, erano impauriti ed eccitati nello stesso tempo, sentirono il fischio del capo treno che avvisava il macchinista di partire e trattenendo il respiro videro dal finestrino gli oggetti della stazione che si muovevano, ciò significava che il treno stava partendo. Si guardavano senza parlare, era certo che avevano tante cose da dirsi ma non lo fecero, stavano prendendo coscienza che la fuitina era iniziata e che d’ora in poi nulla sarebbe stato più come prima. Passarono così diverse ore, il treno sfrecciava verso un mondo a loro sconosciuto, sul confine Italia Svizzera trovarono la neve, l’avevano vista raramente nella loro giovane esistenza e ipnotizzati da quello spettacolo fatto di montagne e neve si tenevano abbracciati stretti stretti. Si addormentarono per qualche ora fino a quando sentirono il treno fermarsi e gli annunci della stazione erano in una lingua che loro non conoscevano. Siamo a  Parigi sussurrò Filippo mentre lei si stropicciava gli occhi dolci e impauriti che aveva preso dalla mamma. Sul binario un vecchio facchino gli chiese in Italiano se avevano bisogno di aiuto,  e senza attendere una risposta gli porse un biglietto di un albergo dicendogli che era a buon mercato e che i titolari parlavano bene l’italiano e di specificare che erano amici di Antonio l’italiano. Impiegarono parecchio tempo a capire quale metropolitana prendere e alla fine con l’aiuto di molte persone riuscirono ad arrivare all’albergo nella zona della Sorbona, usciti dalla metropolitana rimasero affascinati dallo spettacolo che si trovarono di fronte agli occhi, sembravano due cuccioli alla scoperta del mondo fuori dal giardino di casa. Lasciarono i bagagli in albergo e camminarono tutto il giorno senza meta, avevano voglia di riempirsi gli occhi e la mente di tutte quelle cose belle che una grande metropoli ha da offrire, camminavano mano nella mano, parlavano poco, si guardavano molto, si sorridevano e si divertivano a guardare l’espressione felice dell’uno e dell’altra. Tornarono in camera sfatti dalla stanchezza e Mariuccia chiese a Filippo se avrebbe potuto sposarsi con l’abito bianco dopo la fuitina, non ebbe risposta perché lui era già crollato in un sonno beato e profondo. L’indomani  camminarono come il giorno prima senza meta, senza mai affrontare i discorsi sul rientro nel loro paesino e senza minimamente pensare a come li avrebbero accolti fino a sera tarda. Rientrarono nella camera dell’ albergo, lasciando il mondo fuori dalla porta. Vissero finalmente il loro amore nell’espressione massima del termine e, felici e spossati si addormentarono…     
Chitarrine con pancetta e porro
Ingredienti per 2 persone:
300 gr di spaghetti chitarra
1 gambo i porro grandezza media
100 gr di pancetta affumicata
Olio
Pepe verde
Sale
Preparazione:
In una padella capiente cuocere senza aggiunta di altri grassi la pancetta tagliata a cubetti tale da farla sgrassare e diventare croccante. Dopo una decina di minuti aggiungere il porro tagliato a rondelle non troppo sottili e mezzo bicchiere di acqua e lasciar stufare il tutto per una decina di minuti. Cuocere le chitarrine e non appena pronte, scolarle e versarle nella padella con qualche mestolo di acqua di cottura, per mantenerle umide. Saltare per un minuto e impiattare. Servire con una manciata generosa di pepe verde.
Vino: con questo piatto nei calici verserei Vesuvio Lacryma Christi.

Caponata “diversa” dalla solita

Da domani (lunedi 15/03/2010) partono le votazioni per il miglior blog dell’anno… chi volesse votarmi trova il banner in basso sulla destra… Grazie. Veniamo alla ricetta, abbiamo scoperto questo aceto di lamponi ed ho provato a stravolgere un grande classico della cucina siciliana con l’aggiunta di gamberoni fritti con la farina di mais. A noi è piaciuta molto…
Buona settimana Rocco 
Caponata “diversa” dalla solita
Ingredienti:
1 melanzana media
2 zucchine
2 pomodori San Marzano
10 cl di aceto di lamponi
50 gr di pinoli 
50 gr di uvetta
1 cucchiaino di zucchero
5 gamberoni
1 albume
100 gr di farina di mais
Olio
Pepe
Preparazione:
Pulire e lavare i gamberoni, sgusciare solo il corpo mantenendo intatti sia la testa sia la coda, passarli prima nell’albume sbattuto leggermente e poi nella farina di mais. Friggerli in olio di oliva extravergine. È necessario adagiarli su carta assorbente e lasciarli asciugare e intiepidire. In una grossa padella antiaderente unta di olio iniziare la cottura a fuoco vivace con le melanzane tagliate a cubetti private della polpa. A distanza di 5 minuti l’uno dall’altro, aggiungere rispettivamente le zucchine tagliate a cubetti, l’uvetta e i pinoli. Nel frattempo che le verdure cuociano, sciogliere in un pentolino lo zucchero nell’aceto (evitando che diventi uno sciroppo). Versarlo sulle verdure, continuando la cottura per 5 minuti ancora. A questo punto spegnere il fuoco, aggiungere i cubetti di pomodoro e lasciare la preparazione 5 minuti a riposare, dopodiché riempire i bicchierini di alluminio e farli raffreddare per almeno un’ora non in frigorifero. Impiattare rovesciando il bicchierino su un piatto da portata e posizionare sulla caponata il gamberone.
Vino: con questo piatto nei calici verserei un bianco coda di volpe

Sedani cardoncelli totani e pomodorini

Rocco e i suoi… racconti  
… mancava poco all’inizio del pranzo, Luciano si stava gustando qualche tiro di sigaro fuori dal locale in quella che era la prima giornata di sole dopo mesi di pioggia copiosa,   pensava che ormai erano passati una caterva di anni da quando aveva iniziato a fare il cameriere. Aveva iniziato ai tempi della dolce vita romana in uno dei locali più famosi di piazza Barberini, a quell’epoca Roma era viva come non mai, guadagnava bene e non c’era serata che non tornasse a casa senza  un autografo, mentre ora lavorava in un locale oggettivamente  bello ma frequentato soprattutto da turisti, impiegati ministeriali, politici mezze cartucce e commercianti ebrei   dalle parti di piazza di spagna e guadagnava una cifra modesta. Era malinconico ma sereno, sapeva che di lì a poco si sarebbe scatenato l’inferno, circa duecento persone avrebbero mangiato in poco meno di tre ore, sapeva come ogni giorno che avrebbe dovuto correre come un pazzo da un tavolo all’altro, che avrebbe coccolato qualche cliente, che avrebbe fatto incazzare qualcun altro e che doveva far buon viso a cattivo gioco di fronte al solito politico panzone che sicuramente l’avrebbe trattato come una pezza da piedi, ma tutto rientrava nel gioco e lui ormai ci era abituato. Sentì la voce della cassiera urlare il suo nome, diede un ultima occhiata al cielo pulito, indossò la sua solita maschera di uomo allegro e rientrò nel locale. I primi clienti si stavano già accomodando, i giochi erano aperti, diede il benvenuto a una coppia di vecchi clienti e iniziò a portare ai tavoli, acqua, pane e menù del giorno. Lo chef quel giorno si era raccomandato di spingere le puntarelle fuori menù asserendo che erano meravigliose e bisognava venderle in fretta prima di farle sfiorire e lui da brav’uomo qual’era le avrebbe spinte. Il locale si era quasi riempito tutto e mentre aspettava alla cassa un conto da portare a un tavolo vide entrare una ragazza che si fermò subito dopo la porta e sorridendo scrutava la sala. Pensò subito che la ragazza doveva essere una ragazza del nord Europa, ne aveva visti passare di tutte le nazioni e di tutte le razze, gli bastavano pochi gesti, un occhiata e in pochi secondi capiva la provenienza di costoro. La invitò a sedersi all’ultimo tavolo libero, le portò il menù e si rese conto che era ipnotizzato dalla tenerezza di questa fanciulla. Era alta almeno uno e settanta, fisico atletico, jeans 501, giacca a vento, felpa di cotone, capelli neri corti, una frangetta alta e occhiali da secchiona su un viso dolce e pulito. Guardandola bene e per diversi attimi ebbe chiaro nella sua mente il profilo personale della ragazza che doveva essere Danese, figlia di un classico spilungone nordico e di una mamma moderna e amica di quelle che vanno in giro con i capelli corti bianchissimi, pantaloni da montagna  e scarpe da trekking, che sicuramente  l’aveva spinta a fare un viaggio per conoscere il mondo e fare le sue esperienze. Si informò quale fosse il piatto del locale e guardando negli occhi Luciano gli ordinò una carbonara, un insalata e un calice di vino bianco che lui avrebbe dovuto scegliere per lei continuando a sorridergli. Correndo da un tavolo all’altro ogni tanto la spiava, la ragazza l’aveva messo di buon umore e lui questo buon umore lo trasferiva ai clienti, lei leggeva tranquillamente un libro, mangiucchiava e si guardava intorno, lui portava piatti, sparecchiava tavoli, salutava clienti in uscita, dava il benvenuto ai nuovi clienti e si chiedeva come mai la ragazza continuava a guardarsi intorno poi da buon padre di famiglia e sperava tanto di essere considerato così da sua figlia capì che la ragazza evidentemente dopo giorni o settimane di viaggio da sola aveva bisogno di socializzare con qualcuno. In quel preciso istante elaborò un piano da tattica militare, c’erano ormai diversi tavoli liberi nel locale, si precipitò ad un tavolo appena occupato da un ragazzo solo e inventando una fantomatica prenotazione chiese al ragazzo di cambiare tavolo e gli indicò il tavolo libero accanto alla ragazza. Lui era la massima espressione di ragazzo normale, non era ne alto ne basso, ne magro ne grasso, ne biondo ne moro, ne simpatico ne antipatico però almeno aveva una gran faccia da bravo ragazzo, timido,  di quelli tutto studio e nessuna distrazione con le ragazze. Tornò a seguire i tavoli, altri piatti da portare, altri tavoli da sparecchiare, si assentò per qualche minuto per parlare con lo chef di alcune variazioni che un tavolo gli aveva chiesto su alcuni piatti e tornando fuori dalla cucina notò che i due ragazzi non avevano ancora attaccato bottone. Lei continuava a leggere e a guardarsi intorno con circospezione, lui faceva l’indifferente e guardava nel vuoto. No, così non va bene, pensò e seguendo un impulso tenero ma irrefrenabile che gli partì da dentro si recò ai tavoli dei ragazzi, si mise esattamente al centro dei due e con mestiere, molto mestiere iniziò un piccolo show da teatrante navigato fino a coinvolgere i due ragazzi, si fermò solo quando ebbe la netta sensazione che i due pischelli avrebbero continuato a parlare tra di loro fino a fare amicizia. La stanchezza ormai aveva preso il soppravvento, i clienti erano ormai andati via quasi tutti, ora bisognava finire di sparecchiare, ripulire il tutto e riallestire per la cena. Per assicurarsi che i ragazzi avevano fatto amicizia andò ai loro tavoli e gli offrì il caffè ad entrambi e fu felice quando dopo aver pagato il conto in cassa lo cercarono per salutarlo e li vide uscire insieme dal locale con la classica espressione di chi avrebbe passato la serata insieme. Dopo il lavoro fece una lunga passeggiata e anche se non aveva voglia, rientrò a casa, suonò il campanello, la moglie gli aprì la porta e tornò in cucina senza nemmeno accoglierlo mentre la figlia sentendo che lui stava entrando chiuse la porta della sua camera senza nemmeno salutarlo. Chiese alla moglie come fosse andata la giornata e lei gli rispose come al solito che era andata bene e come al solito glielo disse in cagnesco. Decise di fare una doccia e mentre il getto dell’acqua calda lo coccolava ripensò a quando era giovane e scapolo ma poi gli venne in mente che l’assicurazione della macchina era scaduta e che l’indomani mattina sarebbe dovuto andare a pagare la rata.
Oggi, nonostante tutto la sua giornata aveva avuto senso…
Sedani cardoncelli totani e pomodorini
Ingredienti per 4 persone:
400 gr di sedani rigati
800 gr di totani
4 funghi cardoncelli medi
8 pomodorini
1 spicchio d’aglio
Vino bianco secco
Prezzemolo
Olio buono
Preparazione:
In una padella antiaderente con un pò d’olio fare dorare lo spicchio di aglio, aggiungere i totani tagliati ad anelli e farli cuocere per qualche minuto, togliere l’aglio, aggiungere i cardoncelli e lasciare cuocere per qualche minuto ancora, sfumare con il vino bianco. Cuocere i sedani molto al dente, versarli nella padella con un pò di acqua di cottura della pasta, i pomodorini tagliati in quattro e spadellare fino a portare il tutto a cottura. Servire con una manciata di prezzemolo fresco triturato e a chi piace con del pepe verde macinato al momento.
Vino: con questo piatto io nei calici verserei un rosso pugliese malvasia nera.

Bisco-formaggio

Bisco-formaggio, seeee aspetta nattimo, famme legge bene… biscotti de formaggio ? E mo che è sta robba ? Che artro sè nventato questo qui ?! Demo sta attenti che questo prima o poi ce propina na sant’honorè co e cozze e la trippa ar posto de la panna e i bignè… Anvedi questo aò, c’ha rifilato tutto ma i biscotti de formaggio nun se po proprio sentì…
Ah ah ah ah ;-) dite la verità state pensando quello che ho appena scritto ? Magari non in romanesco ma nel vostro classico modo di parlare ? Vabbè scherzi a parte questa è una ricettina che ho trovato non ricordo dove, sfiziosetta oserei dire, buona e soprattutto diversa dalle solite.      
Bisco-formaggio
Ingredienti:
400 gr di parmigiano grattugiato
8 uova
4 cucchiai di farina di mais
1 cucchiaio di farina
1 noce di burro
Sale
Pepe
Preparazione:
Versare in una ciotola capiente le due farine, le uova e il parmigiano e iniziare a mescolare. Aggiungere il burro morbido, il sale e il pepe e continuare a mescolare fino al raggiungimento di una consistenza cremosa.
Versare la crema in un sac-à-poche (o in una siringa da pasticciere) e distribuirla a forma di bastoncini o lingue di gatto su una teglia coperta con carta da forno e infornare. Cuocere a 180° per circa 20 minuti. Sfornare e lasciarli intiepidire.
Vino: con questo piatto nei calici verserei spumante Asprinio di Aversa

Cozze e peperoni su pane bruschettato

Rocco e i suoi… racconti  
… ne avevo abbastanza quel giorno, non sopportavo nessuno, ce l’avevo con il mondo intero. Eravamo tutti seduti a tavola, cuochi e camerieri, io indossai le cuffiette del mio I-pod per isolarmi. La serata era stata massacrante, i tavoli li avevamo fatti girare un paio di volte, avevamo fatto mangiare un centinaio di persone. Tolsi per un attimo le cuffiette e sentii i soliti discorsi, il tizio del 211 era proprio una testa di cazzo, e quella tipa del 309 zitella e vegetariana a cui non andava bene nulla ?!, i cuochi si lamentavano con i camerieri per avergli mandato tanti piatti diversi, loro pretendono sempre dai camerieri di ricevere comande tutte uguali, mentre i camerieri continuavano a parlare tra di loro dei vari personaggi che avevano cenato nel ristorante, parlavano anche della bonazza del tavolo 115 con il fidanzato/papà pieno di lira e di quello che le avrebbero fatto se avessero avuto la possibilità di uscirci insieme anche solo per una sera. Rimisi le cuffiette per isolarmi nuovamente e in questa situazione di sospensione temporale passai al vaglio i visi di tutti loro, a capo tavola c’era Giorgio detto mozzarella per via della rotondità del suo corpo, il colorito chiaro come una mozzarella di bufala, il soprannome derivava però anche dal fatto che quando ti salutava ti dava una stretta di mano di quelle flosce. Era un buon padre di famiglia, e la sua massima aspirazione era quella di sistemare i figli e di andare finalmente in pensione. Accanto a lui c’era la pasticcera, di cui quasi tutti avevano dimenticato il nome, ormai lei era la Zia, un marcantonio di donna, con una capigliatura color argento che sbucava da sotto la cuffietta da cuoca, faccia materna ma pronta a menare chi oltrepassava i limiti della decenza, una decenza dai confini molto ampi perché dopo centinaia di cucine che aveva girato nella sua lunga carriera nulla la scandalizzava più, la sua specialità era coccolarci con dolci fuori menù sfidando le ire dei vari direttori, ma essendo una ex giocatrice di rugbi femminile poteva pure permetterselo di sfidare il potere interno. Accanto a lei era seduto Willy detto la pulce , il lavapiatti filippino, un ometto dall’età indefinita e indefinibile, faccia sempre sorridente e ossequiosa, instancabile lavoratore, un vero stronzo patentato, avevamo saputo che abitava in una mega casa in centro che affittava a decine di suoi connazionali facendogli pagare un boato di soldi e tenendoli stipati quasi uno sopra l’altro mentre lui occupava la stanza più grande e più bella con una concubina che soddisfava tutte le sue voglie. Ormai erano in tanti nel ristorante che aspettavano un motivo per dargli una bella lezione che consisteva in una scaricata di mazzate tale da insegnargli il rispetto verso il prossimo. Subito dopo c’era Manuela, la bartender, lesbica e isterica più che mai, la più brava nel suo settore ma la più intrattabile, aveva cambiato centinaia di posti, tutti la volevano ma dopo un breve periodo sistematicamente la mandavano via. Ero l’unico con cui aveva un rapporto normale, anzi amava sentire la mia voce, diceva che la rilassava, mi cercava spesso anche fuori dal lavoro, per raccontarmi e chiedere consigli su come gestire le sue burrascose relazioni amorose con donne sempre più mature e complicate, fatte di gelosie, continui scontri verbali e fisici che poi finivano quasi sempre in maratone sessuali descritte nei minimi dettagli. Cercava in me quella serenità che il padre alcolizzato non le dava e che doveva pure mantenere visto che non era in grado di lavorare. Alla sua sinistra era seduto Edoardo detto PDF (pentola de fascioli), per via dei continui borbottii contro i capi e contro il sistema intero. Non l’aveva scelto quel mestiere ma ci era capitato a seguito di una brutta storia. Stonava con il resto del gruppo, si percepiva lontano un miglio che era di un altro pianeta, fumatore di sigaro, intellettuale di sinistra dal passato politico burrascoso in prima linea, grande divoratore di libri e gran bevitore, uno di  quelli da compagnia, i clienti lo amano, ricciolone con gli occhi  azzurri e un sorriso sincero che spesso coinvolgo nei miei traffici extra lavorativi e sempre pronto a venirmi in aiuto in qualsiasi momento come oggi che avevo sbagliato i tempi di chiamata per i primi del tavolo 207 e mentre lo chef sbraitava e urlava di portargli i piatti mi sono accorto che non avevano finito gli antipasti. Vedendo il mio sguardo di chi l’ha combinata grossa è partito in quarta verso il tavolo e con fare paterno e risoluto, gesticolando e sorridendo è riuscito a togliergli i piatti affinché io arrivassi con i miei primi belli fumanti. Al capotavola opposto era seduto lo Chef , detto sceffone, per la sua bravura e per tutti gli eccessi che lo contraddistinguono. Milanese, cinquantenne, pazzo, ubriacone di livello, di quelli di cui si parla poco della sua bravura ma molto di quanto sia una testa di cazzo da sobrio e fuori di testa da ubriaco, uno che al minimo errore dei camerieri e i camerieri di errori ne fanno molti descrive minuziosamente e con tanto di body language cosa farebbe alle loro mamme e alle loro sorelle se solo fossero state lì in quel momento il tutto condito da una serie interminabile di bestemmioni in dialetto milanese e non. Non lo sopporto nel suo complesso ma mi rapisce ogni volta quando sta per iniziare il servizio, chiama a raccolta i suoi ragazzi in cucina e con l’estrema eleganza di un pescatore con la mosca fa sventolare la parannanza in avanti e la indossa con un gesto rituale, fino a legarsela sotto la vita e a ripiegare il bordo superiore con la stessa precisione maniacale di un serial killer che si sta preparando all’ennesimo omicidio. Al fianco dello chef era seduto Anuar il suo fedele vice chef, detto anzi sussurrato Giro Batol, di lui non si sapeva niente oltre il nome, non parlava praticamente mai e con nessuno, rispondeva solo con gesti del capo, aveva un aria da vero trucido. Conosceva a memoria lo chef e le sue tecniche lavorative. Nessuno era in grado di dire o capire l’umore di Giro Batol, non si riusciva a capire se fosse allegro o triste ma tutti avevano capito che quando metteva il suo lungo coltello nella cintura a mo di spada era incazzato e di conseguenza nessuno osava nemmeno guardarlo. Il soprannome glielo avevo dato io sia per come portava il coltello sia per la fedeltà assoluta verso lo chef  che mi ricordava il Giro Batol mitico e fedele compagno di Sandokan. Tra me e Giro Batol rimaneva l’ultimo componente dell’intera brigata del locale, Massimiliano detto Max, Max è il diminuitivo di Massimiliano ma anche un chiaro riferimento alla copertina del periodico maschile Max, si perché lui è figo, il figo del gruppo, bello come il sole, coatto come pochi e vuoto come il gran canyon, è la nostra versione del De Filippi uomini e donne  show, un misto tra un personaggio di Verdone e Costantino. Porta i pantaloni da cuoco vita bassa con tanto di mutande griffate, odia il classico cappello da cuoco perché ( sue testuali parole ) me sfrancica i capelli e nun me va ogni vorta de spenne o stipendio a comprà tubbi de ggel . Terminato il giro e descritto tutti i miei colleghi mi resi conto che stavo mangiando come ogni giorno il solito piatto di pasta asciutta, freddo e ormai incollato e mi venne spontanea una riflessione: forse è arrivato il momento di lasciare questo mestiere e di inseguire il mio sogno di scrivere un libro e se mi va bene divento pure uno scrittore affermato.
Non mi rimaneva altro che trovare il coraggio…

Cozze e peperoni
Ingredienti per 4 persone:
700 gr. di peperoni
500 gr. di cozze
1 spicchio d’aglio
3-4 pomodori grossi e maturi
Olio extravergine di oliva
Preparazione:
Togliere i torsoli e i semi ai peperoni, lavarli e tagliarli a striscioline verticali e soffriggerli in olio con uno spicchio di aglio tritato e i pomodori schiacciati. Dopo una decina di minuti aggiungere le cozze senza aprirle, ma ben lavate. Cuocere per una decina di minuti e versarle con tutto il brodo di cottura in piatti in cui sono state messe delle fette di pane raffermo bruschettate.
Vino: con questo piatto io nei calici verserei un biancolella di Ischia.

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