Bisco-formaggio
7 mar 2010 Apristomaco, Pasticceria 3 commenti

Bisco-formaggio, seeee aspetta nattimo, famme legge bene… biscotti de formaggio ? E mo che è sta robba ? Che artro sè nventato questo qui ?! Demo sta attenti che questo prima o poi ce propina na sant’honorè co e cozze e la trippa ar posto de la panna e i bignè… Anvedi questo aò, c’ha rifilato tutto ma i biscotti de formaggio nun se po proprio sentì…
Ah ah ah ah ;-) dite la verità state pensando quello che ho appena scritto ? Magari non in romanesco ma nel vostro classico modo di parlare ? Vabbè scherzi a parte questa è una ricettina che ho trovato non ricordo dove, sfiziosetta oserei dire, buona e soprattutto diversa dalle solite.
Bisco-formaggio
Ingredienti:
400 gr di parmigiano grattugiato
8 uova
4 cucchiai di farina di mais
1 cucchiaio di farina
1 noce di burro
Sale
Pepe
Preparazione:
Versare in una ciotola capiente le due farine, le uova e il parmigiano e iniziare a mescolare. Aggiungere il burro morbido, il sale e il pepe e continuare a mescolare fino al raggiungimento di una consistenza cremosa.
Versare la crema in un sac-à-poche (o in una siringa da pasticciere) e distribuirla a forma di bastoncini o lingue di gatto su una teglia coperta con carta da forno e infornare. Cuocere a 180° per circa 20 minuti. Sfornare e lasciarli intiepidire.
Vino: con questo piatto nei calici verserei spumante Asprinio di Aversa
Cozze e peperoni su pane bruschettato
2 mar 2010 Apristomaco, Piatti Pugliesi, Rocco e i suoi... racconti 6 commenti

… ne avevo abbastanza quel giorno, non sopportavo nessuno, ce l’avevo con il mondo intero. Eravamo tutti seduti a tavola, cuochi e camerieri, io indossai le cuffiette del mio I-pod per isolarmi. La serata era stata massacrante, i tavoli li avevamo fatti girare un paio di volte, avevamo fatto mangiare un centinaio di persone. Tolsi per un attimo le cuffiette e sentii i soliti discorsi, il tizio del 211 era proprio una testa di cazzo, e quella tipa del 309 zitella e vegetariana a cui non andava bene nulla ?!, i cuochi si lamentavano con i camerieri per avergli mandato tanti piatti diversi, loro pretendono sempre dai camerieri di ricevere comande tutte uguali, mentre i camerieri continuavano a parlare tra di loro dei vari personaggi che avevano cenato nel ristorante, parlavano anche della bonazza del tavolo 115 con il fidanzato/papà pieno di lira e di quello che le avrebbero fatto se avessero avuto la possibilità di uscirci insieme anche solo per una sera. Rimisi le cuffiette per isolarmi nuovamente e in questa situazione di sospensione temporale passai al vaglio i visi di tutti loro, a capo tavola c’era Giorgio detto mozzarella per via della rotondità del suo corpo, il colorito chiaro come una mozzarella di bufala, il soprannome derivava però anche dal fatto che quando ti salutava ti dava una stretta di mano di quelle flosce. Era un buon padre di famiglia, e la sua massima aspirazione era quella di sistemare i figli e di andare finalmente in pensione. Accanto a lui c’era la pasticcera, di cui quasi tutti avevano dimenticato il nome, ormai lei era la Zia, un marcantonio di donna, con una capigliatura color argento che sbucava da sotto la cuffietta da cuoca, faccia materna ma pronta a menare chi oltrepassava i limiti della decenza, una decenza dai confini molto ampi perché dopo centinaia di cucine che aveva girato nella sua lunga carriera nulla la scandalizzava più, la sua specialità era coccolarci con dolci fuori menù sfidando le ire dei vari direttori, ma essendo una ex giocatrice di rugbi femminile poteva pure permetterselo di sfidare il potere interno. Accanto a lei era seduto Willy detto la pulce , il lavapiatti filippino, un ometto dall’età indefinita e indefinibile, faccia sempre sorridente e ossequiosa, instancabile lavoratore, un vero stronzo patentato, avevamo saputo che abitava in una mega casa in centro che affittava a decine di suoi connazionali facendogli pagare un boato di soldi e tenendoli stipati quasi uno sopra l’altro mentre lui occupava la stanza più grande e più bella con una concubina che soddisfava tutte le sue voglie. Ormai erano in tanti nel ristorante che aspettavano un motivo per dargli una bella lezione che consisteva in una scaricata di mazzate tale da insegnargli il rispetto verso il prossimo. Subito dopo c’era Manuela, la bartender, lesbica e isterica più che mai, la più brava nel suo settore ma la più intrattabile, aveva cambiato centinaia di posti, tutti la volevano ma dopo un breve periodo sistematicamente la mandavano via. Ero l’unico con cui aveva un rapporto normale, anzi amava sentire la mia voce, diceva che la rilassava, mi cercava spesso anche fuori dal lavoro, per raccontarmi e chiedere consigli su come gestire le sue burrascose relazioni amorose con donne sempre più mature e complicate, fatte di gelosie, continui scontri verbali e fisici che poi finivano quasi sempre in maratone sessuali descritte nei minimi dettagli. Cercava in me quella serenità che il padre alcolizzato non le dava e che doveva pure mantenere visto che non era in grado di lavorare. Alla sua sinistra era seduto Edoardo detto PDF (pentola de fascioli), per via dei continui borbottii contro i capi e contro il sistema intero. Non l’aveva scelto quel mestiere ma ci era capitato a seguito di una brutta storia. Stonava con il resto del gruppo, si percepiva lontano un miglio che era di un altro pianeta, fumatore di sigaro, intellettuale di sinistra dal passato politico burrascoso in prima linea, grande divoratore di libri e gran bevitore, uno di quelli da compagnia, i clienti lo amano, ricciolone con gli occhi azzurri e un sorriso sincero che spesso coinvolgo nei miei traffici extra lavorativi e sempre pronto a venirmi in aiuto in qualsiasi momento come oggi che avevo sbagliato i tempi di chiamata per i primi del tavolo 207 e mentre lo chef sbraitava e urlava di portargli i piatti mi sono accorto che non avevano finito gli antipasti. Vedendo il mio sguardo di chi l’ha combinata grossa è partito in quarta verso il tavolo e con fare paterno e risoluto, gesticolando e sorridendo è riuscito a togliergli i piatti affinché io arrivassi con i miei primi belli fumanti. Al capotavola opposto era seduto lo Chef , detto sceffone, per la sua bravura e per tutti gli eccessi che lo contraddistinguono. Milanese, cinquantenne, pazzo, ubriacone di livello, di quelli di cui si parla poco della sua bravura ma molto di quanto sia una testa di cazzo da sobrio e fuori di testa da ubriaco, uno che al minimo errore dei camerieri e i camerieri di errori ne fanno molti descrive minuziosamente e con tanto di body language cosa farebbe alle loro mamme e alle loro sorelle se solo fossero state lì in quel momento il tutto condito da una serie interminabile di bestemmioni in dialetto milanese e non. Non lo sopporto nel suo complesso ma mi rapisce ogni volta quando sta per iniziare il servizio, chiama a raccolta i suoi ragazzi in cucina e con l’estrema eleganza di un pescatore con la mosca fa sventolare la parannanza in avanti e la indossa con un gesto rituale, fino a legarsela sotto la vita e a ripiegare il bordo superiore con la stessa precisione maniacale di un serial killer che si sta preparando all’ennesimo omicidio. Al fianco dello chef era seduto Anuar il suo fedele vice chef, detto anzi sussurrato Giro Batol, di lui non si sapeva niente oltre il nome, non parlava praticamente mai e con nessuno, rispondeva solo con gesti del capo, aveva un aria da vero trucido. Conosceva a memoria lo chef e le sue tecniche lavorative. Nessuno era in grado di dire o capire l’umore di Giro Batol, non si riusciva a capire se fosse allegro o triste ma tutti avevano capito che quando metteva il suo lungo coltello nella cintura a mo di spada era incazzato e di conseguenza nessuno osava nemmeno guardarlo. Il soprannome glielo avevo dato io sia per come portava il coltello sia per la fedeltà assoluta verso lo chef che mi ricordava il Giro Batol mitico e fedele compagno di Sandokan. Tra me e Giro Batol rimaneva l’ultimo componente dell’intera brigata del locale, Massimiliano detto Max, Max è il diminuitivo di Massimiliano ma anche un chiaro riferimento alla copertina del periodico maschile Max, si perché lui è figo, il figo del gruppo, bello come il sole, coatto come pochi e vuoto come il gran canyon, è la nostra versione del De Filippi uomini e donne show, un misto tra un personaggio di Verdone e Costantino. Porta i pantaloni da cuoco vita bassa con tanto di mutande griffate, odia il classico cappello da cuoco perché ( sue testuali parole ) me sfrancica i capelli e nun me va ogni vorta de spenne o stipendio a comprà tubbi de ggel . Terminato il giro e descritto tutti i miei colleghi mi resi conto che stavo mangiando come ogni giorno il solito piatto di pasta asciutta, freddo e ormai incollato e mi venne spontanea una riflessione: forse è arrivato il momento di lasciare questo mestiere e di inseguire il mio sogno di scrivere un libro e se mi va bene divento pure uno scrittore affermato.
Non mi rimaneva altro che trovare il coraggio…
Cozze e peperoni
Ingredienti per 4 persone:
700 gr. di peperoni
500 gr. di cozze
1 spicchio d’aglio
3-4 pomodori grossi e maturi
Olio extravergine di oliva
Preparazione:
Togliere i torsoli e i semi ai peperoni, lavarli e tagliarli a striscioline verticali e soffriggerli in olio con uno spicchio di aglio tritato e i pomodori schiacciati. Dopo una decina di minuti aggiungere le cozze senza aprirle, ma ben lavate. Cuocere per una decina di minuti e versarle con tutto il brodo di cottura in piatti in cui sono state messe delle fette di pane raffermo bruschettate.
Vino: con questo piatto io nei calici verserei un biancolella di Ischia.
Frittata americana
6 feb 2010 Apristomaco, Piatti forestieri, Rocco e i suoi... racconti 7 commenti

… la riunione durava da tre giorni, avevano convocato tutti i delegati del sud europa e io rappresentavo l’Italia, era stata dura rappresentare la consociata Italiana a San Francisco di fronte al supermanager americano che bacchettava e sarcasticamente mi tirava in ballo quando voleva spiegare le cose da non fare chiamandolo “modello italiano”. L’ ultima sera un pò per stanchezza un pò per dispetto marinai la cena istituzionale per vivere la “mia” unica serata a San Francisco. Tornato in camera per precauzione preparai i bagagli, l’aereo si sarebbe levato in volo il mattino successivo alle sei, scaraventai nella valigia, abito, camicia e cravatta, indossai jeans e maglietta e alla chetichella me la svignai. Feci una lunga passeggiata per respirare a pieni polmoni l’ aria della città e per svuotare la mente, dopo alcuni chilometri chiamai un taxi all’uso americano, alzando il braccio e fischiando da mandriano, entrai nell’auto e chiesi al tassista di portarmi nel quartiere dalle case colorate e coloniali. Il tassista un americano dalle chiare origini arabe mi chiese, naturalmente in inglese: Italiano vero? lo guardai senza rispondere e lui tenne subito a precisare, solo un italiano mi avrebbe fatto una richiesta così bizzarra, il quartiere dalle case colorate, e aggiunse che un americano o un giapponese o un tedesco mi avrebbero detto con estrema esattezza il nome del quartiere, la via e il numero civico. Mi piacque la sua tesi e gli sorrisi senza dire nulla. Dove vuole che la lasci, mi chiese, arrivati nel quartiere, mentre la mia attenzione veniva rapita dalle porte di un locale, qui va bene gli dissi e dal chiudere lo sportello ad aprire le porte del bar passò solo un istante. Il bancone, gli sgabelli, la musica giusta e l’arredamento stile retrò francese mi rivelarono subito che ero capitato nel posto giusto, mi sentivo bene, ordinai un bicchiere di acqua con ghiaccio e guardavo i ragazzi dietro il banco che lavoravano facendosi dispettucci a vicenda, l’atmosfera era tranquilla, mentre stavo decidendo cosa fare nel prosieguo della serata, uno dei barman mi si piazzò di fronte e mi versò un whisky in un bicchiere microscopico e mi disse che era offerto da una coppia di ragazzi seduti ad un tavolo alle mie spalle, mi girai, ringraziai con un sorriso e mi chiesi chi fossero ; i loro visi mi erano completamente sconosciuti, capii che era un gesto carino rivolto ad uno straniero seduto da solo al bancone, pensai che lì si usasse così e naturalmente dissi al barman che il loro prossimo bicchiere l’avrei voluto pagare io, per ripagare la loro gentilezza e di li a pochi minuti ciò avvenne, solo che i ragazzi a differenza mia, si alzarono e vennero a sedersi accanto a me al bancone. Lui era il tipico californiano alto e muscoloso, ma non il muscoloso big jim palestrato ma bensì il muscoloso atleta con una fascia muscolare agile e scattante sotto un viso da bravo ragazzo, lei invece era tutto l’opposto, minuta, magra come un chiodo, con una chiara origine asiatica, fumatrice incallita, frangetta che le copriva la fronte, piercing sul labbro inferiore e completamente vestita di nero, mi dava l’impressione di essere una ballerina classica. Era piacevole chiacchierare con loro, si parlava di tutto e soprattutto non ci chiedemmo da dove arrivassimo, non avevo proprio voglia di dirgli che ero italiano e di finire sui classici luoghi comuni della pizza, della mafia e così via, si chiacchierava e si beveva in continuazione, ma con calma, il solito whisky nei soliti bicchieri minuscoli, trangugiato tutto d’un fiato e subito dopo un sorso di birra gelata che toglieva dalla bocca quella sensazione pungente dell’alcool. La serata scorreva e le luci della notte erano ormai accese da tempo, però sui nostri visi non aleggiava la benchè minima intenzione ne di salutarci ne di interrompere quelle meravigliose chiacchiere che per nulla sfioravano la sfera personale, i bicchieri ormai non si contavano più, lui era più sobrio che mai, io finchè fossi rimasto seduto non avrei dato segni di ubriachezza, la ragazza invece aveva già raggiunto e superato di molto il limite della sbornia, si capiva da come biascicava le parole mentre parlava e di li a poco crollò a piombo con la faccia sul bancone in un sonno comatoso ma sereno. Di bicchieri il barman ce ne versò ancora una decina credo, il locale era ormai vuoto, l’orologio segnava quasi le quattro, l’aereo iniziava a scaldare i motori, arrivò il momento temuto di dovermi alzare, cosa che feci di scatto per dimostrare di stare bene, pagammo a metà il conto, io naturalmente con la carta di credito perchè la cifra sfiorava di poco la rata del mutuo della casa, salutai il barman che ci aveva servito per tutta la serata mentre il ragazzo sollevava di peso la ragazza che sembrava senza anima e se la caricava sulle spalle a mò di sacco di patate con tanto di braccia penzoloni e uscimmo dal bar. Giunti fuori, salutai il ragazzo in italiano, non ero più in grado di spiccicare parola in inglese, lui mi guardò con un sorriso simpatico, un pò trionfante e divertito e mi disse: God bless you my friend.
Frittata americana
Ingredienti per 4 persone:
200 gr di pancetta dolce a cubetti
Mais cotto
4 uova
Formaggio grattugiato
Pepe
Preparazione:
Soffriggere i cubetti di pancetta fino a renderli croccanti. Sbattere le uova in una ciotola, aggiungere il mais, il pepe e il formaggio, aggiungere dopo averli scolati dal grasso i cubetti di pancetta e cuocere il tutto come una frittata classica in una padella unta di olio ben calda da ambo i lati.
Vino: con questo piatto io nei calici verserei un cabernet sauvignon
Californiano.
Zucca dell’inverno in agrodolce
1 feb 2010 Apristomaco, Piatti Pugliesi 2 commenti

Questi due giovani e bravi chef in televisione parlavano, discutevano, si confrontavano su delle emulsioni che avevano preparato per condire i loro piatti… apro parentesi, che io sappia dicesi emulsione l’incontro tra due liquidi miscelati tra di loro atti a formare un condimento, chiudo parentesi. Ricordo quando ero piccolo che in questo periodo, nonno Ignazio chiedeva a nonna Michelina di cucinargli la zucca fritta, (che da noi chiamiamo zucca dell’inverno) la nonna come al solito gli rispondeva subito di no e che non aveva tempo, giusto per farlo arrabbiare ma subito dopo si metteva ai fornelli ed esaudiva qualsiasi suo desiderio, non parliamo poi se un desiderio veniva espresso da uno dei nipoti, ma questo è un altro discorso, torniamo a noi, ricordo che preparava questa zucca la sera prima, poi il giorno dopo non appena la zucca era stata fritta, impiattata e raffreddadata preparava in una bottiglietta di succo di frutta questo condimento (emulsione) versando prima il vin cotto e poi l’aceto che agitava ben bene affinchè i due liquidi si miscellassero uniformemente e ci condiva la zucca. Cari giovani e bravi chef me sa tanto che nun se semo inventati niente…
Zucca dell’inverno in agrodolce
Ingredienti:
Zucca tagliate a fettine
Vin cotto detto anche: sapa, saba, mosto cotto, salsa balsamica di mosto d’uva.
Aceto
Olio per friggere
Sale
Prezzemolo
Preparazione:
Tagliare la sera prima con il classico tagliaverdure da casa la zucca, poggiare le fettine su un canovaccio pulitissimo, salarle e coprirle con un altro canovaccio pulitissimo, la mattina successiva, asciugarle dall’acqua di vegetazione che hanno cacciato durantre la notte e friggerle in olio bollente per qualche minuto così come sono e senza altri condimenti. Scolarle e asciugarle dall’olio in eccesso, impiattarle e condirle con pochissimo sale, il prezzemolo tritato e il condimento agrodolce di cui vi parlavo sopra.
Pane fritto con lenticchie
7 gen 2010 Apristomaco, Piatti Pugliesi, Primi 6 commenti

Piatto di buon auspicio per il vostro 2010… ben ritrovati cari amici…
Ormai sono tanti ma tanti tanti anni che cucino, provando ed esplorando cucine lontane dalla mia sia logisticamente che concettualmente, pasticciando e sperimentando, provando e riprovando piatti che mi lasciavano perplesso, passando notti insonni su come impiattare o cosa aggiungere o togliere per personalizzare una ricetta a modo mio e così via… la cosa bella anzi la magia sta nel fatto che continuo a rimanere piacevolmente sorpreso quando vedo una foto dei miei piatti e istintivamente mi vien da chiedere: ma l’ho fatto io sto piatto? Tutto ciò mi è riaccaduto vedendo questa foto così bella, luminosa, pulita, essenziale ma non fredda. Adesso che ci penso… vi starò mica raccontando cosa provo di fronte ai miei piatti ? Inizio l’anno nuovo raccontandovi della mia passione per la cucina ???
Auguri… Rocco
Pane fritto con lenticchie
Ingredientiper 4 persone:
500 gr di lenticchie piccole
Alloro
Pane vecchio
Misto di carote, cipolle, aglio e sedano
Olio buono
Sale
Pepe
Preparazione:
Cuocere le lenticchie nella maniera classica con l’alloro e il misto di verdure. Nel frattempo tagliare il pane a fettine e friggerle in una padella con un filo di olio e un pizzico di sale fino a farle dorare, scolarle e farle asciugare su della carta assorbente. Servire mettendo nel piatto un paio di fettine di pane ricoperte dalle lenticchie condite con un filo di olio e una spolverata di pepe macinato fresco.
Vino: con questo piatto io nei calici verserei un rosso sangiovese.
Rustica di porro formaggio e zucchine
7 dic 2009 Apristomaco, Mangia con le mani 7 commenti

Arieccoci con un’altra ricetta della nonna… Una di quelle ricette che riaccendono la memoria quando si è tutti intorno alla tavola in queste fredde giornate aspettando il natale…
Un grande saluto a tutti… in particolar modo ai nuovi amici americani Annmarie e Richard. I hope i’ll see you soon.
Rustica di porro formaggio e zucchine
Ingredienti:
1 rotolo di pasta brisè
100 gr di caciotta semistagionata
2 zucchine
1 porro
2 uova
Olio buono
3 cucchiai di parmigiano grattuggiato
Pepe
Sale
Preparazione:
Adagiare la pasta brisè su un tagliere e lasciarla riposare. In una padella antiaderente con un filo di olio cuocere a fuoco vivace, prima i porri e subito dopo aggiungere le zucchine (all’occorenza aggiungere un filo di acqua), salare, pepare e portare a cottura, spegnere e fare raffreddare. In una cuccumella sbattere le uova con il parmigiano, aggiungere le verdure cotte e la caciotta precedentemente tagliata a tocchetti. Versare il composto ottenuto nella teglia (ricoperta da carta da forno) sulla pasta brisé adagiata all’interno e chiuderla sigillandola con dell’uovo sbattuto. Infornare in forno già caldo a 180° (il mio è ventilato) per una ventina di minuti.
Vino: con questo piatto io nei calici verserei un bianco nosiola del trentino
Rotolini di ri-mela-cotta-nzana
30 nov 2009 Apristomaco, Né carne né pesce 13 commenti

Ci sono immagini che registriamo inconsciamente, con la precisione di una macchina fotografica, e quando in seguito riaffiorano alla memoria ci scervelliamo per ricordare dove le abbiamo viste. Vi capita? In questo caso mentre Fiammetta fotografa il piatto son diventato matto a cercar di ricordare dove avevo visto sto piatto… naturalmente alcune volte più ci pensi e più non riesci a ricordare… vabbè ho pensato, chissenefrega… poi mentre scrivevo la ricetta si è accesa la lampadina e mi è venuto in mente che qualcosa di simile l’avevo vista preparare sia da uno chef famoso (Severino Gaiezza) sia sul blog di Astrofiammante (mangiare è un pò come viaggiare). Tributato a loro quel che è loro, questa invece è la mia versione e soprattutto è lo scatto di Fiammetta, che ha saputo dare (come al solito) un tocco personale e molto minimalista… quasi da maestro giapponese oserei dire…
Premessa alla ricetta: mhhh che buono sto piatto nonna, mi dai la ricetta ? Che ti devo dare ? la ricetta ? e chi ce l’ha ? Caro Rocco io si e no ho fatto la seconda elementare… faccio tutto a occhio…
Rotolini di ri-mela-cotta-nzana
Ingredienti (come diceva la nonna, tutto a occhio):
Melanzane
Ricotta fresca di pecora o di mucca
Menta fresca o timo fresco
Pomodori freschi
Olio buono
Pepe
Sale
Zucchero
Erba cipollina
Preparazione:
Tagliare le melanzane per il lungo, adagiarle su una placca con della carta forno, condirle con un filo di olio e farle cuocere in forno per una decina di minuti a 180°. Sfornarle e farle raffreddare. Tagliare i pomodori prima a metà e poi dinuovo a metà, togliere i semi, versarli in una padella e cuocerli a fuoco vivace conditi con olio, pepe e sale per qualche minuto. Spegnere e frullarli con il minipimer dopo aver aggiunto un pizzico di zucchero che servirà ad attenuare l’acidità del pomodoro fresco. Mantecare la ricotta con un pizzico di sale, un filo d’olio e la spezia ( menta o timo freschi) che avrete scelto. Creare i rotolini mettendo una cucchiaiata di ricotta su ogni fetta di melanzana, impiattare i rotolini così ottenuti sù uno disco di crema di pomodoro tiepido. Decorare con uno stelo di erba cipollina e bon appettit.
Vino: con questo piatto io nei calici verserei un bianco strutturato e morbido.
Uova di quaglia al tegamino e tartufo
22 ott 2009 Apristomaco, Mangia con le mani, Minimaliste 5 commenti

Come nasce un piatto… in realtà di fronte alla bellezza di questo piatto dovrei tacere ma ormai l’embolo del piccolo comunicatore è partito da giorni… quindi, dicevo: come nasce un piatto, molti magari penseranno che ci sia uno studio dietro e tante volte è così, ma in questo caso il tutto è solo frutto di un acquisto e mi riferisco alle uova di quaglia fatto senza sapere cosa farne, il classico acquisto emozionale al supermercato. Quindi dopo tre giorni dall’ acquisto non avendo idea di come cucinarle mi è venuto in mente di farle (non per il sito ma per cena) a occhio di bue e poi visto che mi trovavo gli ho aggiunto il tartufo e alla fine ho pensato: ” ma se le facessi diventare delle tartine usando il pancarré?” Così è nata questa ricetta…
P.s. ho scritto due volte sul piatto Rocco e i suoi fornelli solo per rendere un po’ più difficile la vita a coloro che mi fregano le foto, tagliano il nome del sito e le usano per pubblicizzare i loro prodotti.
Uova di quaglia al tegamino e tartufo
Ingredienti:
Uova di quaglia
Pane in cassetta
Tartufo sbriciolato
Sale
Preparazione:
Per preparare questo piatto bisogna munirsi di un coppa pasta (anello di metallo che serve per tagliare la pasta, clicca qui e guarda foto) ed il gioco è fatto perchè con questo coppapasta andremo a tagliare il pancarrè, poi cuoceremo le uova al tegamino con un filo di olio e di nuovo con questo coppa pasta andremo a ritagliare il tuorlo con un pò di albume intorno, poi andremo a guarnire con un pizzico di sale e un pochino di tartufo sbriciolato. Se invece vogliamo giocare sul contrasto morbido/croccante non dobbiamo fare altro che passare le fette di pancarrè in forno o in padella in modo da bruschettarle. Servire anche tiepidi e con della scorza di limone grattuggiata.
Vino: con questo piatto io nei calici verserei un rosso dolcetto d’Alba per un abbinamento territoriale.
Canestrini di patate
14 ott 2009 Apristomaco, Minimaliste, Piatti Pugliesi 6 commenti

… non è che mo state pensando che Rocco si è dato ai piatti difficili ??? naaaaaa e per chi mi avete scambiato per il sorcio di Ratatouille ??? in effetti (dimenticavo leggete in Pugliese come farebbe Lino Benfi) guardando la foto si potrebbe pensare di essere innanzi a una ricetta della nouvelle cuisine, in realtà siamo di fronte a una vecchia ricetta Pugliese che io ho modernizzato un poco (madonna santissima dell’incoroneta) giusto per farvela piacere assai… hihihihihi ciao Rocco da Beri
Canestrini di patate
Ingredienti:
2oo gr di pomodori pelati
1 spicchio d’aglio
500 gr di patate
200 gr di gamberi
Olio extravergine di oliva
1 pugno di farina
Sale
Preparazione:
Indorare uno spicchio di aglio nell’olio bollente, aggiungere i gamberi e i pomodori pelati, salare e far cuocere per 20 minuti. Bollire le patate in acqua salata, sbucciarle, passarle al passaverdure, impastarle con un pugno di farina e sale. Preparare con l’impasto ottenuto dei dischetti non troppo sottili del diametro di 8 cm. Pizzicottare i bordi a mo’ di canestrini. Friggerli in abbondante olio extravergine di oliva prima con il bordo rivolto verso l’alto e poi capovolti fino a farli dorare. Scolarli bene, sistemarli in un vassoio, e riempire di sugo ai gamberi e basilico tritato.
Vino: con questo piatto io nei calici verserei un prosecco di Valdobbiadene
Piccoli Cornish della Cornovaglia
13 ott 2009 Apristomaco, Mangia con le mani, Piatti forestieri 6 commenti

… Durante l’ultimo viaggio a Londra passeggiando per Cover Garden ci siamo imbattuti in una insegna luminosa dove c’era scritto: “Qui si preparano i migliori Cornish della Cornovaglia”. Naturalmente non potevamo rinunciare ad assaggiare questa delizia. Naturalmente ci è piaciuta. Naturalmente ve la proponiamo. La “cornish pasty” è un piatto tipico della Cornovaglia. Sembra che le sue origini risalgano al XIX secolo in cui veniva usato per incontrare le esigenze dei lavoratori di una famosa miniera locale. Il pasticcio era in realtà un pranzo completo, normalmente composto da carne di agnello, patate, cipolle e carote, racchiusi in un fazzoletto di pasta frolla. Quest’ ultima serviva per proteggere il resto del pasto e mantenerlo caldo durante la giornata lavorativa. I suoi bordi spessi servivano da presa per evitare il contatto con le mani. Le donne incidevano gli angoli del pasticcio con le inziali del proprio uomo per evitare confusione in miniera all’ora di pranzo. Col tempo la cornish pasty è diventata parte integrante della dieta di minatori e contadini della Cornovaglia fino a diventare oggi uno dei piatti piú conosciuti della tradizione culinaria inglese.
Piccoli Cornish della Cornovaglia
Ingredienti:
400 gr. di pasta frolla
250 gr. di spezzatino di agnello
2 patate medie
1 carota
1 cipolla
2 cucchiai olio d’oliva
Sale
Pepe
Preparazione:
Tagliare le patate e la carota a dadi ed affettare la cipolla. Unire il tutto allo spezzatino di carne e far soffriggere in padella per circa 5 minuti. Salare, pepare e lasciar raffreddare. Stendere la sfoglia in cerchi di circa 20 cm e versare il composto su ciascuna porzione. Bagnare i contorni della sfoglia con dell’acqua e chiudere il tutto avvolgendo i contorni per ottenere dei bordi abbastanza spessi. Spennellare l’esterno della pasta con dell’uovo per ottenere una buona doratura ed infornare ad una temperatura di 200 C per circa 40 minuti.
Abbinamento: naturalmente birra Inglese.



















