Chitarrine con pancetta e porro
17 mar 2010 Primi, Rocco e i suoi... racconti 3 commenti

… un calcio devastante aveva sfondato la porta, uno dei tre fratelli aveva strappato letteralmente dalle braccia di Filippo la giovane Mariuccia trascinandola di peso fuori dalla stanza mentre gli altri due fratelli dei cinque in totale che componevano il clan familiare lo pestavano a sangue. La cosa che più lo colpiva in tutto quel trambusto era il rumore sordo dei pugni che andavano a bersaglio sul suo corpo e sulla sua faccia, ciò per qualche attimo gli aveva creato uno strano stato di anestesia mentale che non gli faceva sentire il dolore dei colpi infertogli. Quando la paura toccò la punta massima della sua sopportazione si svegliò improvvisamente madido di sudore, in preda ad uno stato di tremori incontrollabili, con il respiro affannoso ed ebbe la sensazione di tornare in superficie da un mondo sotterraneo e malvagio dove non aveva scelto di andare mentre Mariuccia tenendolo abbracciato teneramente gli sussurrava è stato un sogno amore mio, solo un brutto sogno, cerca di calmarti e di non pensarci che adesso passa tutto. Era iniziato tutto tre giorni prima, quando con la complicità di Carmine il fratello più buono e comprensivo di Mariuccia erano riusciti a prendere quel treno che li aveva condotti a Parigi per coronare il loro sogno d’amore tormentato e osteggiato con vigore dal clan familiare di Mariuccia. Sia il padre sia i cinque fratelli non avevano nulla contro Filippo che in fondo era un bravo ragazzo, i loro dissapori nascevano però da una vecchia faida tra i nonni dei due ragazzi legata ad un passaggio agricolo tra due fondi coltivati a vigneti, in pratica tutti e due i nonni rivendicavano la proprietà di questa stradina di campagna che conduceva a entrambi i vigneti e poi c’era anche un altro motivo che non avrebbero mai confessato che era legato sia alla gelosia per la propria figlia e sorella e sia al fatto che Mariuccia doveva restare in casa per aiutare la mamma a fare da domestica fin quando loro di comune accordo avrebbero deciso che era il momento di prendere marito. Carmine li aveva lasciati fuori dalla stazione ed era corso via subito per tornare al suo lavoro, questo gli avrebbe garantito l’alibi per non incorrere nell’ira dei suoi parenti. Erano saliti sul treno senza guardarsi indietro, di lì a pochi minuti sarebbe partito il treno per Parigi Bercy, espletarono con il controllore i dettagli relativi ai documenti per i vari passaggi di frontiera e si chiusero nella loro cuccetta, erano impauriti ed eccitati nello stesso tempo, sentirono il fischio del capo treno che avvisava il macchinista di partire e trattenendo il respiro videro dal finestrino gli oggetti della stazione che si muovevano, ciò significava che il treno stava partendo. Si guardavano senza parlare, era certo che avevano tante cose da dirsi ma non lo fecero, stavano prendendo coscienza che la fuitina era iniziata e che d’ora in poi nulla sarebbe stato più come prima. Passarono così diverse ore, il treno sfrecciava verso un mondo a loro sconosciuto, sul confine Italia Svizzera trovarono la neve, l’avevano vista raramente nella loro giovane esistenza e ipnotizzati da quello spettacolo fatto di montagne e neve si tenevano abbracciati stretti stretti. Si addormentarono per qualche ora fino a quando sentirono il treno fermarsi e gli annunci della stazione erano in una lingua che loro non conoscevano. Siamo a Parigi sussurrò Filippo mentre lei si stropicciava gli occhi dolci e impauriti che aveva preso dalla mamma. Sul binario un vecchio facchino gli chiese in Italiano se avevano bisogno di aiuto, e senza attendere una risposta gli porse un biglietto di un albergo dicendogli che era a buon mercato e che i titolari parlavano bene l’italiano e di specificare che erano amici di Antonio l’italiano. Impiegarono parecchio tempo a capire quale metropolitana prendere e alla fine con l’aiuto di molte persone riuscirono ad arrivare all’albergo nella zona della Sorbona, usciti dalla metropolitana rimasero affascinati dallo spettacolo che si trovarono di fronte agli occhi, sembravano due cuccioli alla scoperta del mondo fuori dal giardino di casa. Lasciarono i bagagli in albergo e camminarono tutto il giorno senza meta, avevano voglia di riempirsi gli occhi e la mente di tutte quelle cose belle che una grande metropoli ha da offrire, camminavano mano nella mano, parlavano poco, si guardavano molto, si sorridevano e si divertivano a guardare l’espressione felice dell’uno e dell’altra. Tornarono in camera sfatti dalla stanchezza e Mariuccia chiese a Filippo se avrebbe potuto sposarsi con l’abito bianco dopo la fuitina, non ebbe risposta perché lui era già crollato in un sonno beato e profondo. L’indomani camminarono come il giorno prima senza meta, senza mai affrontare i discorsi sul rientro nel loro paesino e senza minimamente pensare a come li avrebbero accolti fino a sera tarda. Rientrarono nella camera dell’ albergo, lasciando il mondo fuori dalla porta. Vissero finalmente il loro amore nell’espressione massima del termine e, felici e spossati si addormentarono…
Chitarrine con pancetta e porro
Ingredienti per 2 persone:
300 gr di spaghetti chitarra
1 gambo i porro grandezza media
100 gr di pancetta affumicata
Olio
Pepe verde
Sale
Preparazione:
In una padella capiente cuocere senza aggiunta di altri grassi la pancetta tagliata a cubetti tale da farla sgrassare e diventare croccante. Dopo una decina di minuti aggiungere il porro tagliato a rondelle non troppo sottili e mezzo bicchiere di acqua e lasciar stufare il tutto per una decina di minuti. Cuocere le chitarrine e non appena pronte, scolarle e versarle nella padella con qualche mestolo di acqua di cottura, per mantenerle umide. Saltare per un minuto e impiattare. Servire con una manciata generosa di pepe verde.
Vino: con questo piatto nei calici verserei Vesuvio Lacryma Christi.
Sedani cardoncelli totani e pomodorini
10 mar 2010 Piatti Pugliesi, Primi, Rocco e i suoi... racconti 5 commenti

… mancava poco all’inizio del pranzo, Luciano si stava gustando qualche tiro di sigaro fuori dal locale in quella che era la prima giornata di sole dopo mesi di pioggia copiosa, pensava che ormai erano passati una caterva di anni da quando aveva iniziato a fare il cameriere. Aveva iniziato ai tempi della dolce vita romana in uno dei locali più famosi di piazza Barberini, a quell’epoca Roma era viva come non mai, guadagnava bene e non c’era serata che non tornasse a casa senza un autografo, mentre ora lavorava in un locale oggettivamente bello ma frequentato soprattutto da turisti, impiegati ministeriali, politici mezze cartucce e commercianti ebrei dalle parti di piazza di spagna e guadagnava una cifra modesta. Era malinconico ma sereno, sapeva che di lì a poco si sarebbe scatenato l’inferno, circa duecento persone avrebbero mangiato in poco meno di tre ore, sapeva come ogni giorno che avrebbe dovuto correre come un pazzo da un tavolo all’altro, che avrebbe coccolato qualche cliente, che avrebbe fatto incazzare qualcun altro e che doveva far buon viso a cattivo gioco di fronte al solito politico panzone che sicuramente l’avrebbe trattato come una pezza da piedi, ma tutto rientrava nel gioco e lui ormai ci era abituato. Sentì la voce della cassiera urlare il suo nome, diede un ultima occhiata al cielo pulito, indossò la sua solita maschera di uomo allegro e rientrò nel locale. I primi clienti si stavano già accomodando, i giochi erano aperti, diede il benvenuto a una coppia di vecchi clienti e iniziò a portare ai tavoli, acqua, pane e menù del giorno. Lo chef quel giorno si era raccomandato di spingere le puntarelle fuori menù asserendo che erano meravigliose e bisognava venderle in fretta prima di farle sfiorire e lui da brav’uomo qual’era le avrebbe spinte. Il locale si era quasi riempito tutto e mentre aspettava alla cassa un conto da portare a un tavolo vide entrare una ragazza che si fermò subito dopo la porta e sorridendo scrutava la sala. Pensò subito che la ragazza doveva essere una ragazza del nord Europa, ne aveva visti passare di tutte le nazioni e di tutte le razze, gli bastavano pochi gesti, un occhiata e in pochi secondi capiva la provenienza di costoro. La invitò a sedersi all’ultimo tavolo libero, le portò il menù e si rese conto che era ipnotizzato dalla tenerezza di questa fanciulla. Era alta almeno uno e settanta, fisico atletico, jeans 501, giacca a vento, felpa di cotone, capelli neri corti, una frangetta alta e occhiali da secchiona su un viso dolce e pulito. Guardandola bene e per diversi attimi ebbe chiaro nella sua mente il profilo personale della ragazza che doveva essere Danese, figlia di un classico spilungone nordico e di una mamma moderna e amica di quelle che vanno in giro con i capelli corti bianchissimi, pantaloni da montagna e scarpe da trekking, che sicuramente l’aveva spinta a fare un viaggio per conoscere il mondo e fare le sue esperienze. Si informò quale fosse il piatto del locale e guardando negli occhi Luciano gli ordinò una carbonara, un insalata e un calice di vino bianco che lui avrebbe dovuto scegliere per lei continuando a sorridergli. Correndo da un tavolo all’altro ogni tanto la spiava, la ragazza l’aveva messo di buon umore e lui questo buon umore lo trasferiva ai clienti, lei leggeva tranquillamente un libro, mangiucchiava e si guardava intorno, lui portava piatti, sparecchiava tavoli, salutava clienti in uscita, dava il benvenuto ai nuovi clienti e si chiedeva come mai la ragazza continuava a guardarsi intorno poi da buon padre di famiglia e sperava tanto di essere considerato così da sua figlia capì che la ragazza evidentemente dopo giorni o settimane di viaggio da sola aveva bisogno di socializzare con qualcuno. In quel preciso istante elaborò un piano da tattica militare, c’erano ormai diversi tavoli liberi nel locale, si precipitò ad un tavolo appena occupato da un ragazzo solo e inventando una fantomatica prenotazione chiese al ragazzo di cambiare tavolo e gli indicò il tavolo libero accanto alla ragazza. Lui era la massima espressione di ragazzo normale, non era ne alto ne basso, ne magro ne grasso, ne biondo ne moro, ne simpatico ne antipatico però almeno aveva una gran faccia da bravo ragazzo, timido, di quelli tutto studio e nessuna distrazione con le ragazze. Tornò a seguire i tavoli, altri piatti da portare, altri tavoli da sparecchiare, si assentò per qualche minuto per parlare con lo chef di alcune variazioni che un tavolo gli aveva chiesto su alcuni piatti e tornando fuori dalla cucina notò che i due ragazzi non avevano ancora attaccato bottone. Lei continuava a leggere e a guardarsi intorno con circospezione, lui faceva l’indifferente e guardava nel vuoto. No, così non va bene, pensò e seguendo un impulso tenero ma irrefrenabile che gli partì da dentro si recò ai tavoli dei ragazzi, si mise esattamente al centro dei due e con mestiere, molto mestiere iniziò un piccolo show da teatrante navigato fino a coinvolgere i due ragazzi, si fermò solo quando ebbe la netta sensazione che i due pischelli avrebbero continuato a parlare tra di loro fino a fare amicizia. La stanchezza ormai aveva preso il soppravvento, i clienti erano ormai andati via quasi tutti, ora bisognava finire di sparecchiare, ripulire il tutto e riallestire per la cena. Per assicurarsi che i ragazzi avevano fatto amicizia andò ai loro tavoli e gli offrì il caffè ad entrambi e fu felice quando dopo aver pagato il conto in cassa lo cercarono per salutarlo e li vide uscire insieme dal locale con la classica espressione di chi avrebbe passato la serata insieme. Dopo il lavoro fece una lunga passeggiata e anche se non aveva voglia, rientrò a casa, suonò il campanello, la moglie gli aprì la porta e tornò in cucina senza nemmeno accoglierlo mentre la figlia sentendo che lui stava entrando chiuse la porta della sua camera senza nemmeno salutarlo. Chiese alla moglie come fosse andata la giornata e lei gli rispose come al solito che era andata bene e come al solito glielo disse in cagnesco. Decise di fare una doccia e mentre il getto dell’acqua calda lo coccolava ripensò a quando era giovane e scapolo ma poi gli venne in mente che l’assicurazione della macchina era scaduta e che l’indomani mattina sarebbe dovuto andare a pagare la rata.
Oggi, nonostante tutto la sua giornata aveva avuto senso…
Sedani cardoncelli totani e pomodorini
Ingredienti per 4 persone:
400 gr di sedani rigati
800 gr di totani
4 funghi cardoncelli medi
8 pomodorini
1 spicchio d’aglio
Vino bianco secco
Prezzemolo
Olio buono
Preparazione:
In una padella antiaderente con un pò d’olio fare dorare lo spicchio di aglio, aggiungere i totani tagliati ad anelli e farli cuocere per qualche minuto, togliere l’aglio, aggiungere i cardoncelli e lasciare cuocere per qualche minuto ancora, sfumare con il vino bianco. Cuocere i sedani molto al dente, versarli nella padella con un pò di acqua di cottura della pasta, i pomodorini tagliati in quattro e spadellare fino a portare il tutto a cottura. Servire con una manciata di prezzemolo fresco triturato e a chi piace con del pepe verde macinato al momento.
Vino: con questo piatto io nei calici verserei un rosso pugliese malvasia nera.
Cozze e peperoni su pane bruschettato
2 mar 2010 Apristomaco, Piatti Pugliesi, Rocco e i suoi... racconti 6 commenti

… ne avevo abbastanza quel giorno, non sopportavo nessuno, ce l’avevo con il mondo intero. Eravamo tutti seduti a tavola, cuochi e camerieri, io indossai le cuffiette del mio I-pod per isolarmi. La serata era stata massacrante, i tavoli li avevamo fatti girare un paio di volte, avevamo fatto mangiare un centinaio di persone. Tolsi per un attimo le cuffiette e sentii i soliti discorsi, il tizio del 211 era proprio una testa di cazzo, e quella tipa del 309 zitella e vegetariana a cui non andava bene nulla ?!, i cuochi si lamentavano con i camerieri per avergli mandato tanti piatti diversi, loro pretendono sempre dai camerieri di ricevere comande tutte uguali, mentre i camerieri continuavano a parlare tra di loro dei vari personaggi che avevano cenato nel ristorante, parlavano anche della bonazza del tavolo 115 con il fidanzato/papà pieno di lira e di quello che le avrebbero fatto se avessero avuto la possibilità di uscirci insieme anche solo per una sera. Rimisi le cuffiette per isolarmi nuovamente e in questa situazione di sospensione temporale passai al vaglio i visi di tutti loro, a capo tavola c’era Giorgio detto mozzarella per via della rotondità del suo corpo, il colorito chiaro come una mozzarella di bufala, il soprannome derivava però anche dal fatto che quando ti salutava ti dava una stretta di mano di quelle flosce. Era un buon padre di famiglia, e la sua massima aspirazione era quella di sistemare i figli e di andare finalmente in pensione. Accanto a lui c’era la pasticcera, di cui quasi tutti avevano dimenticato il nome, ormai lei era la Zia, un marcantonio di donna, con una capigliatura color argento che sbucava da sotto la cuffietta da cuoca, faccia materna ma pronta a menare chi oltrepassava i limiti della decenza, una decenza dai confini molto ampi perché dopo centinaia di cucine che aveva girato nella sua lunga carriera nulla la scandalizzava più, la sua specialità era coccolarci con dolci fuori menù sfidando le ire dei vari direttori, ma essendo una ex giocatrice di rugbi femminile poteva pure permetterselo di sfidare il potere interno. Accanto a lei era seduto Willy detto la pulce , il lavapiatti filippino, un ometto dall’età indefinita e indefinibile, faccia sempre sorridente e ossequiosa, instancabile lavoratore, un vero stronzo patentato, avevamo saputo che abitava in una mega casa in centro che affittava a decine di suoi connazionali facendogli pagare un boato di soldi e tenendoli stipati quasi uno sopra l’altro mentre lui occupava la stanza più grande e più bella con una concubina che soddisfava tutte le sue voglie. Ormai erano in tanti nel ristorante che aspettavano un motivo per dargli una bella lezione che consisteva in una scaricata di mazzate tale da insegnargli il rispetto verso il prossimo. Subito dopo c’era Manuela, la bartender, lesbica e isterica più che mai, la più brava nel suo settore ma la più intrattabile, aveva cambiato centinaia di posti, tutti la volevano ma dopo un breve periodo sistematicamente la mandavano via. Ero l’unico con cui aveva un rapporto normale, anzi amava sentire la mia voce, diceva che la rilassava, mi cercava spesso anche fuori dal lavoro, per raccontarmi e chiedere consigli su come gestire le sue burrascose relazioni amorose con donne sempre più mature e complicate, fatte di gelosie, continui scontri verbali e fisici che poi finivano quasi sempre in maratone sessuali descritte nei minimi dettagli. Cercava in me quella serenità che il padre alcolizzato non le dava e che doveva pure mantenere visto che non era in grado di lavorare. Alla sua sinistra era seduto Edoardo detto PDF (pentola de fascioli), per via dei continui borbottii contro i capi e contro il sistema intero. Non l’aveva scelto quel mestiere ma ci era capitato a seguito di una brutta storia. Stonava con il resto del gruppo, si percepiva lontano un miglio che era di un altro pianeta, fumatore di sigaro, intellettuale di sinistra dal passato politico burrascoso in prima linea, grande divoratore di libri e gran bevitore, uno di quelli da compagnia, i clienti lo amano, ricciolone con gli occhi azzurri e un sorriso sincero che spesso coinvolgo nei miei traffici extra lavorativi e sempre pronto a venirmi in aiuto in qualsiasi momento come oggi che avevo sbagliato i tempi di chiamata per i primi del tavolo 207 e mentre lo chef sbraitava e urlava di portargli i piatti mi sono accorto che non avevano finito gli antipasti. Vedendo il mio sguardo di chi l’ha combinata grossa è partito in quarta verso il tavolo e con fare paterno e risoluto, gesticolando e sorridendo è riuscito a togliergli i piatti affinché io arrivassi con i miei primi belli fumanti. Al capotavola opposto era seduto lo Chef , detto sceffone, per la sua bravura e per tutti gli eccessi che lo contraddistinguono. Milanese, cinquantenne, pazzo, ubriacone di livello, di quelli di cui si parla poco della sua bravura ma molto di quanto sia una testa di cazzo da sobrio e fuori di testa da ubriaco, uno che al minimo errore dei camerieri e i camerieri di errori ne fanno molti descrive minuziosamente e con tanto di body language cosa farebbe alle loro mamme e alle loro sorelle se solo fossero state lì in quel momento il tutto condito da una serie interminabile di bestemmioni in dialetto milanese e non. Non lo sopporto nel suo complesso ma mi rapisce ogni volta quando sta per iniziare il servizio, chiama a raccolta i suoi ragazzi in cucina e con l’estrema eleganza di un pescatore con la mosca fa sventolare la parannanza in avanti e la indossa con un gesto rituale, fino a legarsela sotto la vita e a ripiegare il bordo superiore con la stessa precisione maniacale di un serial killer che si sta preparando all’ennesimo omicidio. Al fianco dello chef era seduto Anuar il suo fedele vice chef, detto anzi sussurrato Giro Batol, di lui non si sapeva niente oltre il nome, non parlava praticamente mai e con nessuno, rispondeva solo con gesti del capo, aveva un aria da vero trucido. Conosceva a memoria lo chef e le sue tecniche lavorative. Nessuno era in grado di dire o capire l’umore di Giro Batol, non si riusciva a capire se fosse allegro o triste ma tutti avevano capito che quando metteva il suo lungo coltello nella cintura a mo di spada era incazzato e di conseguenza nessuno osava nemmeno guardarlo. Il soprannome glielo avevo dato io sia per come portava il coltello sia per la fedeltà assoluta verso lo chef che mi ricordava il Giro Batol mitico e fedele compagno di Sandokan. Tra me e Giro Batol rimaneva l’ultimo componente dell’intera brigata del locale, Massimiliano detto Max, Max è il diminuitivo di Massimiliano ma anche un chiaro riferimento alla copertina del periodico maschile Max, si perché lui è figo, il figo del gruppo, bello come il sole, coatto come pochi e vuoto come il gran canyon, è la nostra versione del De Filippi uomini e donne show, un misto tra un personaggio di Verdone e Costantino. Porta i pantaloni da cuoco vita bassa con tanto di mutande griffate, odia il classico cappello da cuoco perché ( sue testuali parole ) me sfrancica i capelli e nun me va ogni vorta de spenne o stipendio a comprà tubbi de ggel . Terminato il giro e descritto tutti i miei colleghi mi resi conto che stavo mangiando come ogni giorno il solito piatto di pasta asciutta, freddo e ormai incollato e mi venne spontanea una riflessione: forse è arrivato il momento di lasciare questo mestiere e di inseguire il mio sogno di scrivere un libro e se mi va bene divento pure uno scrittore affermato.
Non mi rimaneva altro che trovare il coraggio…
Cozze e peperoni
Ingredienti per 4 persone:
700 gr. di peperoni
500 gr. di cozze
1 spicchio d’aglio
3-4 pomodori grossi e maturi
Olio extravergine di oliva
Preparazione:
Togliere i torsoli e i semi ai peperoni, lavarli e tagliarli a striscioline verticali e soffriggerli in olio con uno spicchio di aglio tritato e i pomodori schiacciati. Dopo una decina di minuti aggiungere le cozze senza aprirle, ma ben lavate. Cuocere per una decina di minuti e versarle con tutto il brodo di cottura in piatti in cui sono state messe delle fette di pane raffermo bruschettate.
Vino: con questo piatto io nei calici verserei un biancolella di Ischia.
Polpette di pane e insalatina sfiziosa
25 feb 2010 Piatti Pugliesi, Rocco e i suoi... racconti, Secondi 3 commenti

… stava pensando mentre si faceva la doccia che lo zainetto che avrebbe portato in spalla poteva contenere poca roba e quindi doveva scegliere al meglio quali indumenti portarsi dietro. Dopo la doccia e una ricca colazione si mise, con la precisione di un paracadutista che ripiega il suo paracadute a riempire lo zainetto, infilandoci dentro un jeans, tre polo tra cui quella preferita di colore azzurro cielo che gli faceva risaltare gli occhi, il gel per i capelli, lo spazzolino, il libro (Profumo di Patrick Suskind) che stava leggendo, la biancheria intima e delle scarpette da ginnastica. In garage diede un ultima controllata alla bici che aveva personalmente registrato il giorno prima, la inforcò e percorse tutta la pista ciclabile fino alla stazione con la gamba sciolta di un pedalatore assiduo. In treno non riuscì a rilassarsi, la felicità era tanta, non riuscì a leggere neanche una parola del suo libro, aveva fretta di arrivare, aveva voglia di pedalare, aveva voglia di incontrarla, ma sapeva che doveva passare ancora un giorno prima del loro incontro. Si informò al controllore quale fosse la stazione che distava una quarantina di km prima della sua destinazione finale e pensò che la cosa migliore sarebbe stata scendere prima, per trasferire un pò di tutta quell’adrenalina che aveva dentro sui pedali per rilassarsi. I continui sali scendi delle strade della Romagna sembravano strade della pianura padana sotto i colpi delle pedalate che dava, mentre il cuore pulsava con lo stesso ritmo preciso, di un orologio Svizzero meccanico, lo zainetto seppur piccolo pesava come una piuma sulla schiena, tutto filava liscio, i pensieri nella testa erano sereni. Alla casa del suo amico, che era la sua destinazione finale dove doveva trascorrere quella che fu una notte interminabile mancavano pochi km, poche pedalate ancora prima di riabbracciare il suo amico d’infanzia. Chiacchierò con lui durante la cena e gli raccontò tutto ciò che stava e doveva accadere il giorno dopo fino a notte inoltrata. Il mattino successivo si svegliò mezz’ora prima della sveglia, prese la macchina del suo amico e continuò il viaggio fino alla città che li avrebbe fatti incontrare, guidò con una calma serafica, sulle note di una cassetta di Lucio Dalla, con il finestrino aperto per non perdere neanche un filo di quell’aria frizzante tipica delle mattine di inizio estate. Calcolò il percorso al minuto spaccato, per essere il primo ad arrivare, voleva gustarsi il momento in cui lei sarebbe arrivata. L’appuntamento che lei gli aveva dato era in un parcheggio di un noto centro commerciale all’inizio della città perché lui era la prima volta che si recava in quella regione e quindi per non complicargli la vita lo fece fermare in un posto facile da raggiungere. Mentre aspettava, impaziente, si cambiò la maglietta sotto lo sguardo incuriosito e attonito dei clienti del centro commerciale per indossare la polo azzurro cielo che gli stava bene. Non si erano mai visti prima, avevano però parlato molto al telefono e si erano scambiati centinaia di mail, lui sapeva con che tipo di auto sarebbe arrivata, ma nonostante tutto, sobbalzava ogni qual volta un auto entrava nel parcheggio fino a quando non riconobbe la sua auto e lì la stretta allo stomaco fù di quelle che si ricordano. Mentre si godeva, istante dopo istante,tipo moviola la camminata che l’avrebbe condotta da lui, rimaneva ipnotizzato dal suo sorriso a settantadue denti, pensando che forse tutto ciò non era vero. Stava sognando e il terrore di svegliarsi gli faceva deglutire continuamente quella pochissima saliva che gli era rimasta in bocca. Si salutarono, cercando di essere naturali ma era chiaro che entrambi erano emozionatissimi. Notò nonostante lo stato di trance, trance che non aveva provato neanche l’anno prima quando in sella alla sua bici aveva scalato il Mortirolo che a lei tremava il mento ma non le disse niente e iniziò a parlare ininterrotamente per dissipare la tensione. Lei lo guardava estasiata e con voce tremante lo interruppe e gli propose di fare un giro in centro per fargli vedere la città, sapendo che a nessuno dei due, interessava alla fin fine fare i turisti. Arrivati in centro, dopo un tragitto, da gita con guida turistica, entrarono in un bar per bere un caffè, però guardandosi negli occhi capirono che volevano uscire subito dal bar, per viversi, volevano annusarsi, respirarsi e il bar non li aiutava, provarono ad entrare in un parco ma anche lì c’era troppa gente, scapparono via subito, avevano bisogno di un cantuccio tutto loro senza distrazioni, ripiegarono su una panchina di marmo senza spalliera in una via vicina al parco senza passaggio di pedoni e lì seduti uno di fronte all’altro iniziarono a chiacchierare tenendosi mani nelle mani. Sotto la polo azzurra portava un jeans consunto e strappato dal tempo sul ginocchio che lei aveva adocchiato e usava quello strappo come porta d’ingresso per un contatto tenero ma deciso, come chi vuole essere sicura che sta vivendo un momento reale. Parlavano molto, si guardavano con occhi pieni di curiosità, si urlavano con lo sguardo che si piacevano da morire, erano felici e stregati l’uno dall’altra. Passarono così tutto il tempo fino a quando lei non gli chiese di riaccompagnarla alla sua auto. Sulla via del ritorno d’improvviso fermò l’auto in mezzo alla strada, mise le quattro frecce mentre altri automobilisti gli strombazzavano il loro dissenso, la guardò con tutta la dolcezza del mondo, le prese il viso tra le mani e le diede un bacio sulla bocca. Voleva farlo da tre ore ma non aveva trovato il coraggio. Si salutarono nel parcheggio con un lungo e silenzioso abbraccio. Riprese la via del ritorno e neanche dopo cinque minuti, mentre era fermo al semaforo, sentì improvvisamente il petto gonfiarsi e ondate di fiato che pulsavano come la lava che erutta da un vulcano, esplodere in un pianto carico di gioia che lo stravolse letteralmente. Era la conseguenza di tutte le emozioni che aveva vissuto quel pomeriggio di fronte a quella creatura flessuosa, con un collo da fenicottero di cui si era perdutamente innamorato. Tornò a casa del suo amico, riprese il treno accompagnato dalla sua inseparabile bici, scese in una stazione che non era la sua e pedalò verso casa per una cinquantina di km in apnea…
Polpette di pane e insalatina sfiziosa
Ingredienti:
400 gr di pane secco o friselle pugliesi
2 uova
1 spicchio di aglio tritato
Noce moscata
Prezzemolo
Sale
Pepe
Olio
Parmigiano grattugiato
Per l’insalatina:
1 finocchio
1 melograno
Un’arancia
Aceto balsamico
Vin cotto
Sale
Olio
Preparazione:
Preparare un composto con il pane precedentemente tenuto a bagno nell’acqua e strizzato bene, le uova, l’aglio, il prezzemolo, una grattugiata di noce moscata, il sale, il pepe e il formaggio. Lasciate il composto riposare per il tempo necessario a far scaldare l’olio in una grossa padella e con le mani bagnate formare delle polpette di grandezza a piacimento e friggerle nell’olio bollente fino a farle dorare. Le polpette possono essere servite così o ripassate in un sugo di pomodoro mediterraneo.
Insalatina:
Affettare il finocchio lavato e pulito, metterlo in una ciotola di vetro, aggiungere dei chicchi di melograno e delle fettine di arancia tagliata a vivo.
Condire con sale, poco olio e un’emulsione di aceto balsamico e vin cotto.
Vino: con questo piatto nei calici versereiun rosso Cesanese del Piglio
Pasta cozze e lenticchie
14 feb 2010 Piatti Pugliesi, Primi, Rocco e i suoi... racconti 12 commenti

… a volte accade che facciamo qualcosa che negli altri non ci piace. Ero caduto anche io nella spirale di quelli che mettono la canzoncina come suoneria del cellulare. Wish you were here, è per me la Canzone con la “C” maiuscola, manco a dirlo proprio lei avrebbe iniziato a suonare alla prima telefonata. Ormai ero bloccato in autostrada da due ore, in molti avevano trascorso il capodanno fuori casa e ora eravamo tutti lì incolonnati e ordinati verso Milano. Ormai la noia della coda si era completamente impadronita di me quando all’improvviso partono, per la prima volta, dopo averla scaricata le prime note della canzoncina che mi dà la stessa sensazione di un raggio di sole spuntato fugacemente in una giornata nuvolosa e di cui voglio cibarmi fino all’ultimo momento prima di rispondere… Ciaao Sabri, sì sì tutto bene, no, non ero scomparso, è che sono stato a trascorrere il capodanno in un piccolo paesino della Toscana e dove eravamo non c’era campo. Come è andata? diciamo bene, ero con alcuni amici e altri loro amici, un po’ di gente messa insieme all’ultimo momento. Eravamo in questo piccolo borgo molto carino della Toscana, a casa di Victor, un palazzotto del ‘600 niente male, ma sì dai Victor, quel mio amico di cui ti parlavo tempo fa, mezzo inglese e mezzo indiano, con la puzzetta sotto il naso ma molto simpatico, sì sì proprio lui, a questa casa di vacanza che usa ogni tanto per passare qualche week end con qualcuna delle sue innumerevoli fidanzate. Devo dire che eravamo un gruppo molto assortito. Oltre lui c’erano Pietro e Giulia, con il piccolo Antonio di tre mesi, carinissimo, bravo, non ha mai pianto, era quasi sempre tranquillo nella culla, poi Giulia la conosci anche tu assomiglia più a una mamma del nord Europa che a una mamma italiana, nel senso che non si fa tante menate, poi vabbè non parliamo di Pietro, come sai è un vulcano in perenne eruzione, il primo giorno mentre eravamo dal macellaio a fare la spesa si è messo a chiacchierare sui vari tipi di pasta ripiena che producevano nel paesello e in men che non si dica ci siamo ritrovati tutti gli uomini della casa a impastare, riempire e confezionare ravioli con ripieno di salsiccia in quantità industriale, che ci siamo spazzolati alla grande innaffiati da diverse bocce di vino di livello. Non contento il giorno dopo mi ha coinvolto (come è suo solito) ad andare in bicicletta a fare una visita ad un monastero che distava circa una ventina di chilometri da dove eravamo, con quella temperatura e con la neve fin sui bordi delle strade, mentre il resto della compagnia ci raggiungeva comodamente e al caldo nelle varie macchine che avevamo a disposizione. C’erano anche Federico e Barbara, Federico splendido come al solito, Barbara che non conoscevo mi ha lasciato un po’ perplesso, ha condiviso con tutto il resto del gruppo pochi momenti, nel senso che ha fatto diverse escursioni da sola e poi quasi tutte le sere dopo cena si ritirava in camera. Una bella scoperta invece è stata Filippo, il miglior amico di Victor, anche lui con un po’ di puzzetta sotto il naso ma altrettanto simpatico, una sera dopo cena mentre eravamo spaparanzati sui vari divani di fronte al camino ha tirato fuori una tromba e ci ha fatto un mini concerto toccando diversi stili musicali che andavano dal jazz, alla classica e al soul. Sabri? sei ancora lì? non ti sentivo più e pensavo fosse caduta la comunicazione… sì, giustamente sto parlando io ininterrottamente da quaranta minuti, purtroppo sì, cara Sabri sono ancora fermo, la colonna non avanza per nulla. Senti Sabri, come mai non mi hai chiesto ancora cosa ho cucinato io? Di solito è la prima domanda che mi fai… Vabbè anche se non me lo hai chiesto te lo dico lo stesso, ho cucinato piatti abbastanza tradizionali tranne la sera dell’ultimo che ho preparato una pasta fatta in casa simile ai cavatelli pugliesi con lenticchie, cozze e pomodorini… Ora ti saluto Sabri, ti sto facendo consumare un botto di soldi, ci vediamo domani in ufficio. Sì, sì, fammi quest’ultima domanda però poi chiudiamo… ho capito cosa intendi, no non è che non mi sono divertito, sai il posto era bello, la compagnia era piacevole, ma forse sono io che questo periodo non sto tanto per la quale…
Pasta cozze e lenticchie
Ingredienti per 4 persone:
500 gr di pasta fresca
200 gr di lenticchie già cotte nella maniera classica
600 gr di cozze
8 pomodorini
1 aglio
Olio buono
Sale
Prezzemolo
Pepe
Preparazione:
Cuocere le lenticchie nella maniera classica e con i classici odori. Aprire le cozze in una pentola, estrarre il frutto e tenere da parte il loro liquido. Mentre cuoce la pasta, in una larga padella con un filo di olio, soffriggere l’aglio in camicia, aggiungere subito dopo i pomodorini e le lenticchie; dopo poco aggiungere le cozze sgusciate e mescolare ben bene. Scolare la pasta non appena pronta, versarla nella padella, aggiungere un po’ d’acqua delle cozze, una manciata di prezzemolo tritato, spadellare velocemente e servire con una macinata di pepe fresco.
Vino: con questo piatto io nei calici verserei un bianco di medio corpo.
Agnello con i carciofi
11 feb 2010 Norcino, Piatti Pugliesi, Rocco e i suoi... racconti, Secondi 5 commenti

… quella mattina volevo solo andare al campetto della montedoro a giocare a pallone, non avevo considerato però che mia mamma, Stellina la sarta, doveva consegnare un vestito alla moglie del geometra comunale, e che per non perdere tempo a cucinare aveva preparato il tegame di agnello con le patate e i carciofi e quindi dovevo portarlo a cuocere nel forno di compare Roccuccio. Con lui c’era un patto non scritto voluto da lui che consisteva, essendo compari, di non farci pagare la cottura, ciò però faceva sì, che lui facesse passare avanti gli altri che pagavano, quindi la mattinata sarebbe trascorsa interamente nel forno aspettando sto benedetto tegame di agnello. Compare Roccuccio non produceva pane per la commercializzazione, ma si limitava a cuocere a pagamento sia il pane di chi lo portava, sia i vari tegami di carne e sia le varie teglie sempre di privati piene di taralli, friselle, biscotti e quant’altro in questo forno a legna di pietra. Entrando sulla destra dietro un piccolo bancone di legno c’era lui con tutte le sue diverse pale che servivano in base alla lunghezza per infornare o sfornare nei punti più vicini o più lontani della camera di cottura, poi avevo capito anche che le pale con l’estremità quadrata servivano per le teglie, mentre quelle che finivano con l’estremità tonda servivano per il pane, sulla sinistra invece, divisa da un piccolo muretto anch’esso in pietra c’era una stanza che sembrava anzi era una sala d’attesa con tanto di sedie lungo tutto il perimetro dei tre muri della stanza. Il mio posto preferito era il muretto divisorio, dove stando seduto e appoggiando la schiena sul muro più lontano rispetto all’entrata, avevo praticamente sotto controllo, guardando a sinistra compare Roccuccio che armeggiava con le sue pale e di tanto in tanto si tamponava la fronte madida di sudore con questo tovagliovo piegato a triangolo che portava sul collo a mo di foulard, guardando a destra invece potevo vedere le signore che chiacchieravano tra di loro ingannando così l’attesa. Quella mattina nella sala d’attesa c’erano tre signore un po’ pettegole e schiamazzanti, un po’ scialbe e una di queste portava il classico grembiule da casa sulla gonna che le dava un aria di massaia convinta, ma la mia attenzione era rapita da una signora a cui mancavano pochi anni alla sessantina completamente vestita di nero, seduta ritta e con contegno sulla punta della sedia, con uno sguardo volutamente severo che contrastava con la luce dolce e un po’ triste che emanava dagli occhi azzurro chiaro, martoriava un fazzoletto di stoffa tra le mani tenute sul grembo facendo sempre lo stesso movimento che consisteva nell’arrotolarlo e srotolarlo subito dopo. Facendo molta attenzione di non essere scoperto la spiavo di tanto in tanto, perché è vero che mi incuriosiva ma nello stesso tempo di metteva un po’ di paura, la spiavo, perché inconsciamente non riuscivo a capire se fosse la classica “signorina” che aveva rinunciato a vivere una vita propria per accompagnare e curare i propri genitori durante la vecchiaia che doveva aver perso vedendo gli abiti a lutto che indossava e lo sguardo severo o se era stata una moglie innamorata del proprio marito che aveva perso improvvisamente ma di cui ne era rimasta innamorata, e ciò traspariva dalla dolcezza del suo sguardo, aggrappandosi alla vita dando dimostrazione di potersela cavare da sola attraverso questo atteggiamento severo.
Mi è rimasto il rammarico di non aver notato se avesse al dito la fede nunziale o no…
Agnello con i carciofi
Ingredienti per 4 persone:
12 costelette di agnello
4 carciofi
1 bicchiere di vino bianco
2 pomodori secchio
Olio buono
1 Aglio
Prezzemolo
Sale
Pepe
Preparazione:
rosolare nella padella unta d’olio le costolette di agnello,aggiungere il trito preparato con l’aglio, il prezzemolo ed il pomodoro secco, aggiungere il vino bianco e quando evapora unire un mestolino d’acqua e far cuocere a fuoco lento. Subito dopo unire i carciofi precedentemente tagliati a spicchi. Salare ed ultimare la cottura tenendo il coperchio sulla padella affinchè i carciofi si cuociano col vapore.
Vino: con questo piatto io nei calici verserei un sangioseve viterbese.
Frittata americana
6 feb 2010 Apristomaco, Piatti forestieri, Rocco e i suoi... racconti 7 commenti

… la riunione durava da tre giorni, avevano convocato tutti i delegati del sud europa e io rappresentavo l’Italia, era stata dura rappresentare la consociata Italiana a San Francisco di fronte al supermanager americano che bacchettava e sarcasticamente mi tirava in ballo quando voleva spiegare le cose da non fare chiamandolo “modello italiano”. L’ ultima sera un pò per stanchezza un pò per dispetto marinai la cena istituzionale per vivere la “mia” unica serata a San Francisco. Tornato in camera per precauzione preparai i bagagli, l’aereo si sarebbe levato in volo il mattino successivo alle sei, scaraventai nella valigia, abito, camicia e cravatta, indossai jeans e maglietta e alla chetichella me la svignai. Feci una lunga passeggiata per respirare a pieni polmoni l’ aria della città e per svuotare la mente, dopo alcuni chilometri chiamai un taxi all’uso americano, alzando il braccio e fischiando da mandriano, entrai nell’auto e chiesi al tassista di portarmi nel quartiere dalle case colorate e coloniali. Il tassista un americano dalle chiare origini arabe mi chiese, naturalmente in inglese: Italiano vero? lo guardai senza rispondere e lui tenne subito a precisare, solo un italiano mi avrebbe fatto una richiesta così bizzarra, il quartiere dalle case colorate, e aggiunse che un americano o un giapponese o un tedesco mi avrebbero detto con estrema esattezza il nome del quartiere, la via e il numero civico. Mi piacque la sua tesi e gli sorrisi senza dire nulla. Dove vuole che la lasci, mi chiese, arrivati nel quartiere, mentre la mia attenzione veniva rapita dalle porte di un locale, qui va bene gli dissi e dal chiudere lo sportello ad aprire le porte del bar passò solo un istante. Il bancone, gli sgabelli, la musica giusta e l’arredamento stile retrò francese mi rivelarono subito che ero capitato nel posto giusto, mi sentivo bene, ordinai un bicchiere di acqua con ghiaccio e guardavo i ragazzi dietro il banco che lavoravano facendosi dispettucci a vicenda, l’atmosfera era tranquilla, mentre stavo decidendo cosa fare nel prosieguo della serata, uno dei barman mi si piazzò di fronte e mi versò un whisky in un bicchiere microscopico e mi disse che era offerto da una coppia di ragazzi seduti ad un tavolo alle mie spalle, mi girai, ringraziai con un sorriso e mi chiesi chi fossero ; i loro visi mi erano completamente sconosciuti, capii che era un gesto carino rivolto ad uno straniero seduto da solo al bancone, pensai che lì si usasse così e naturalmente dissi al barman che il loro prossimo bicchiere l’avrei voluto pagare io, per ripagare la loro gentilezza e di li a pochi minuti ciò avvenne, solo che i ragazzi a differenza mia, si alzarono e vennero a sedersi accanto a me al bancone. Lui era il tipico californiano alto e muscoloso, ma non il muscoloso big jim palestrato ma bensì il muscoloso atleta con una fascia muscolare agile e scattante sotto un viso da bravo ragazzo, lei invece era tutto l’opposto, minuta, magra come un chiodo, con una chiara origine asiatica, fumatrice incallita, frangetta che le copriva la fronte, piercing sul labbro inferiore e completamente vestita di nero, mi dava l’impressione di essere una ballerina classica. Era piacevole chiacchierare con loro, si parlava di tutto e soprattutto non ci chiedemmo da dove arrivassimo, non avevo proprio voglia di dirgli che ero italiano e di finire sui classici luoghi comuni della pizza, della mafia e così via, si chiacchierava e si beveva in continuazione, ma con calma, il solito whisky nei soliti bicchieri minuscoli, trangugiato tutto d’un fiato e subito dopo un sorso di birra gelata che toglieva dalla bocca quella sensazione pungente dell’alcool. La serata scorreva e le luci della notte erano ormai accese da tempo, però sui nostri visi non aleggiava la benchè minima intenzione ne di salutarci ne di interrompere quelle meravigliose chiacchiere che per nulla sfioravano la sfera personale, i bicchieri ormai non si contavano più, lui era più sobrio che mai, io finchè fossi rimasto seduto non avrei dato segni di ubriachezza, la ragazza invece aveva già raggiunto e superato di molto il limite della sbornia, si capiva da come biascicava le parole mentre parlava e di li a poco crollò a piombo con la faccia sul bancone in un sonno comatoso ma sereno. Di bicchieri il barman ce ne versò ancora una decina credo, il locale era ormai vuoto, l’orologio segnava quasi le quattro, l’aereo iniziava a scaldare i motori, arrivò il momento temuto di dovermi alzare, cosa che feci di scatto per dimostrare di stare bene, pagammo a metà il conto, io naturalmente con la carta di credito perchè la cifra sfiorava di poco la rata del mutuo della casa, salutai il barman che ci aveva servito per tutta la serata mentre il ragazzo sollevava di peso la ragazza che sembrava senza anima e se la caricava sulle spalle a mò di sacco di patate con tanto di braccia penzoloni e uscimmo dal bar. Giunti fuori, salutai il ragazzo in italiano, non ero più in grado di spiccicare parola in inglese, lui mi guardò con un sorriso simpatico, un pò trionfante e divertito e mi disse: God bless you my friend.
Frittata americana
Ingredienti per 4 persone:
200 gr di pancetta dolce a cubetti
Mais cotto
4 uova
Formaggio grattugiato
Pepe
Preparazione:
Soffriggere i cubetti di pancetta fino a renderli croccanti. Sbattere le uova in una ciotola, aggiungere il mais, il pepe e il formaggio, aggiungere dopo averli scolati dal grasso i cubetti di pancetta e cuocere il tutto come una frittata classica in una padella unta di olio ben calda da ambo i lati.
Vino: con questo piatto io nei calici verserei un cabernet sauvignon
Californiano.
Pettole dolci… a carnevale
27 gen 2010 Pasticceria, Piatti Pugliesi, Rocco e i suoi... racconti 5 commenti

… il muro era ancora intatto nella sua malvagia imponenenza.
Squattrinati e giovani decidemmo di andare in Iugoslavia, precisamente a Dudrovinik, era molto economica ed era di fronte a Bari, vicina da raggiungere in traghetto. Arrivati, ci colpì la bellezza della città vecchia sormontata dalle mura che guardavano il mare e che da esso si difendevano, i turisti come noi non erano molti, l’aria che si respirava in giro era strana, sembrava che i locali ci spiassero, a ogni nostra domanda rivolta a uno slavo la risposta era sempre una domanda uguale e contraria… mha. La cameriera dell’albergo una donnona con l’aria severa ci scrutava in continuazione, ci serviva i piatti con fredda indifferenza e parlando nella sua lingua incomprensibile ci dava dei capitalisti. Cambiare i soldi non conveniva perchè c’era un’inflazione pazzesca e il metro di misura ce lo davano le ragazze di un supermercato che passavano la giornata a riprezzare tutti i pochi articoli in vendita. Ogni richiesta che facevamo ci sentivamo rispondere di no prima ancora di aver terminato la domanda stessa, bisogna aggirare l’ostacolo pensammo e ci rivolgemmo senza poche difficoltà al mercato nero dove scoprimmo che si poteva avere tutto… dalla coca cola alle marlboro rosse di produzione tedesca… il nostro contatto del mercato nero tale Holigert innamorato dell’Italia che non aveva mai visto ci rimediò una barchetta con tanto di capitano (Calogero)che dopo aver passato la notte a pescare ci portava in giro a visitare le isolette molto belle di fronte a Dubrovinik e a fine giornata passavamo sempre da casa, sua dove la moglie ci preparava a due lire, la cena a base di pesce freschissimo. Calogero era solito durante la breve navigazione offrirci un bicchiere di aranciata preparata al momento con tanto di polverina giallognola diluita nell’acqua della tanica, il terzo o quarto giorno oltre all’aranciata ci offrì dei dolci preparati dalla moglie, a cui eravamo molto simpatici, e con molta mia sorpresa erano le pettole che preparava anche mia madre e mia nonna prima di lei…
Pettole dolci… a carnevale
Ingredienti:
300 gr di farina
1 panetto di lievito di birra
20 gr di uvetta
Zucchero
Olio
Preparazione:
Impastare la farina con il lievito sciolto in acqua tiepida fino a raggiungere una consistenza quasi cremosa; dopodiché aggiungere l’uvetta e lasciar lievitare l’impasto fino a quando non raddoppia di volume. Fare delle palline con la pasta servendosi di un cucchiaio e friggerle in olio di oliva; non appena dorate, tirarle fuori dalla padella e farle rotolare nello zucchero affinché esso le ricopra. Servirle ben calde.
Vino: con questo piatto nei calici verserei Erbaluce di Caluso spumante
Pasta cozze pomodorini e (cicoria cimata) puntarelle
20 gen 2010 Piatti Pugliesi, Primi, Rocco e i suoi... racconti 6 commenti

… primi giorni di agosto ‘09, ok ci vediamo domattina alle quattro e mezza.
La notte è calda, dopo una giornata torrida, nel letto ci giriamo e rigiriamo nella speranza di trovare una fetta di lenzuola fresca che ci dia un pò di refrigerio; finalmente suona la sveglia. Bermuda, maglietta, maglioncino leggero e scarpe ginniche in un attimo siamo fuori. L’appuntamento è in piazza, avevo promesso di portare Fiammetta a pulire l’uva. Per scherzo le faccio prendere un secchiello e una spugna, le dico sennò come farai a pulire l’uva ? Questo è il classico scherzo che si fa alle matricole o ai figli di papà che non hanno mai messo un piede in un vigneto in vita loro. Siamo al bar centrale della piazza e iniziano ad arrivare i ragazzi e le ragazze che comporranno la nostra squadra di lavoro… ed ecco che arriva Stella mia nipote (studentessa di arte e cinema) poi arriva Luigi in macchina (studente in ingegneria) con Marisa (studentessa in lettere e filosofia) e altri 6 tra ragazzi e ragazze che non conosciamo… l’ultimo ad arrivare è Domenico in bicicletta che ci guarda come fossimo marziani e ci dice: vi aspetto al fondo (vigneto); noi facciamo colazione pervasi chi dal sonno, chi dall’adrenalina della sera prima, chi dalla timidezza e chi come Fiammetta dall entusiasmo di chi sta per affrontare una nuova avventura. Archiviata la colazione si parte, siamo in 9 in due macchine, Luigi va avanti, lui conosce il fondo, stradine di campagna, tra vigneti e alberi di olive, se non si è del luogo ci si impiega un attimo a perdersi tra quegli incroci senza segnali stradali, finalmente arriviamo, ad attenderci c’è Giacomino, contadino “vero” dalla nascita che ci accoglie con il saluto dei contadini: saluti; entriamo nel vigneto e ci disponiamo due persone per filare, Fiammetta la neofita la posizioniamo tra me e Stella tale da poterla controllare e aiutare senza farci accorgere da Giacomino che ci precede togliendo foglie di qua e di la… sta albeggiando, sotto il vigneto l’aria è ancora fresca e umida della notte appena trascorsa, l’odore della terra entra direttamente nel cervello attraverso il naso stabilendo un contatto con essa. Qualcuno dei ragazzi indossa le cuffiette dell I-pod e si isola, gli altri iniziano a parlare tra di loro, i discorsi partono dal come si è passata la serata appena passata, poi si passa alle mete delle vacanze, Giacomino ci guarda incuriosito e controlla che tutti abbiano le mani sui grappoli per fare “uascianidd” che tradotto vuol dire: togliere gli acini piccoli dai grappoli affinchè il nutrimento della pianta ingrossi quelli che rimangono sul grappolo. Ebbene si, quando vedete quei bei grappoli di uva da tavola dal fruttivendolo sappiate che squadre di ragazzi universitari gli hanno fatto un trattamento tecnico/estetico e che mentre voi la state gustando quei ragazzi sono in vacanze a spendersi tutti i soldi che hanno guadagnato lavorando sotto i vigneti. Esauriti i discorsi sulle vacanze e anche il fresco dell’alba, inevitabilmente si arriva a parlare prima di pettegolezzi sui compaesani e poi si arriva a parlare di politica e qui gli animi proporzionalmente al sorgere del sole si riscaldano… sembra di stare a Ballarò senza moderatore e manco a dirlo il bersaglio preferito è naturalmente Berlusca. Ormai il caldo diventa soffocante, le bottiglie di acqua nelle borse termiche sono quasi vuote, qualcuno mangia una merendina, le braccia dopo cinque ore tenute verso l’alto iniziano ad appesantirsi e il collo è talmente dolorante che si avverte un pò di nausea, vabbè è il primo giorno domani andrà meglio, Giacomino ci avvisa che alla fine del filare si va a casa, vuol dire che sono quasi arrivate le undici… Si esce dai filari, ci si lava le mani, prima con degli acini spremuti per togliere ben bene la patina di zolfo che ormai ricopre pollici e indici e poi con l’acqua del bidone che Giacomino ci mette a disposizione, si rientra in macchina e ci si incammina verso il paese… l’umore è sereno, c’è la soddisfazione di aver terminato una bella giornata di lavoro con la consapevolezza che un altro giorno sta passando e che le vacanze si avvicinano…
Pasta cozze pomodorini e puntarelle
Ingredienti per 4 persone:
400 gr di pasta calamarata
400 gr di cozze
6 pomodorini ciliegia
400 di cicoria cimata (puntarelle)
Olio buono
1 aglio
Vino bianco secco
Sale
Pepe
Preparazione:
Lessare in acqua bollente e salare le puntarelle, scolarle e tenerle da parte. In una padellona antiaderente con un filo di olio rosolare l’aglio intero, aggiungere le puntarelle e farle insaporire ben bene; aggiungere le cozze precedentemente lavate, pulite, raschiate e fatte aprire sul gas, tenendone qualcuna con il guscio, sfumare con il vino bianco e fare cuocere per circa 5 minuti dopo aver aggiunto i pomodorini tagliati a metà. Cuocere la pasta calamarata, scolare al dente e aggiungere la pasta al condimento, spadellare velocemente e servire con una manciata di pepe macinato al momento.
Vino: con questo piatto io nei calici verserei un bianco di Martina Franca.
Una domenica in cantina…
18 dic 2009 Amici, Rocco e i suoi... racconti 4 commenti

Quello che leggerete di seguito non è pubblicità, non ho percepito nessun compenso per scriverequesto articolo ma è solo la descrizione di una giornata passata in cantina.
… Quello che più mi ha colpito di questa giornata è stata cogliere la “caparbietà” di questo giovane e moderno contadino/produttore di nome Damiano Ciolli che ha voluto fare le cose fatte bene in un territorio dove la quantità prevale sulla qualità. Finalmente dopo tante chiacchiere siamo riusciti a organizzare questa giornata in cantina, appuntamento alle 9, autostrada sgombra, arrivo a Olevano Romano, Damiano che ci aspetta, prendiamo delle stradine di campagna e arriviamo tra i suoi vigneti… ci racconta dei sistemi di allevamento delle vigne, delle varie potature, dei vini che produce da esse, poi ci racconta di un aneddoto di quando è passato dai 100 quintali per ettaro ai 35 attuali e delle lotte che ha dovuto fare con il padre che aveva una concezione diversa e delle sofferenze che ha patito, in quel momento mi è venuto in mente mio nonno, vecchio contadino austero e contrario ai cambiamenti. Lasciati i vigneti, il cielo terso, l’aria tagliente ci siamo spostati in paese, nella sua piccola cantina a conduzione famigliare, ci hanno accolto la mamma con un vassoio di leccornie e il papà intento a preparare la brace. Siamo partiti dal locale delle vinificazioni, una sala operatoria, pulitissima, con diversi macchinari, fusti di acciaio, bottiglie senza etichette, per passare poi nella barricaia… ambiente completamente diverso, molto più caldo sia di temperatura (controllata a 22°) e sia di atmosfera… e di questo ambiente vi lascio alle parole di Fiammetta astemia/neofita al mondo del vino…
Fiammetta sulla via del ritorno ci ha detto questo:
Non avevo mai assistito prima di oggi ad una degustazione di vini giovani, ma così giovani (oserei dire neonati) da avere la senzazione di trovarmi appunto per questo non in una cantina ma in una nursery, con le barrique al posto delle culle, con le lunghe pipe di vetro al posto dei biberon e il vino che aspetta tranquillo e dormiente di essere accolto nell ampio bicchiere. Il silenzio, dopo la spiegazione di Damiano sulle tecniche e i tempi e le uve utilizzate e il terreno e …. e … e …. e , é calato all’ improvviso su noi visitatori curiosi e rispettosi di trovare nel bicchiere quei colori e quei profumi che ci erano stati descritti poco prima e la sensazione di stare per assistere a qualcosa di speciale. Queste immagini rappresentano proprio quel momento magico, l’ attesa di assaggiare un vino di due mesi, ancora non affinato e rude nei suoi vagiti, ma già con la sua prepotente voglia di farsi sentire e riconoscere. Dopo la barricaia ci siamo spostati in cucina e di li a mettere le gambe sotto il tavolo è passato solo un istante… Massimo a provveduto ad aprire le sette bottiglie (dal 2007 al 2001) del “Cirsium” il rosso di punta di Damiano che ha accompagnato in ordine sequenziale: antipasto di salame e pecorino con pane alle nocciole, tonnarello con sugo di carni miste, abbacchio e salsicce alla brace… il tutto condito da chiacchiere amichevoli, spiegazioni del nostro amico super esperto di vini Paolo, dall’ espressione sincera ed orgogliosa dei genitori di Damiano del proprio figlio e da quel caldo nettare rosso che veniva continuamente versato nei nostri bicchieri. Che altro dirvi cari amici ??? Così abbiamo trascorso la domenica… Penso di interpretare anche il pensiero degli amici che hanno condiviso con me questa bella domenica e di dire a nome di tutti: Grazie Damiano e continua così…

Paolo che sente i profumi

ma quanto è brava Fiammetta con la macchina fotografica ?!

Filomena e Massimo tra le vigne

Questa foto parla da sola…

Io, la mia mano e il bicchiere

La culla del Cirsium

Zio Daddo

La stappatura…

Io

Quella matta della fotografa… e me la so pure sposata…

Ci siamo divertiti molto… Auguri dal focolare…




















